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Giachetti: «Il Pd? O decide d'essere una comunità o non esiste più»


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Roma, 22-12-2016

Giachetti: «Il Pd? O decide d’essere una comunità o non esiste più»

Trovare l’abbrivio giusto dopo la batosta del referendum e la crisi di governo, risolvendo (se possibile) l’atavico, sfibrante dissidio interno al partito. La strada che separa il Pd dalle prossime elezioni è densa di sfide, e il primo bivio all’orizzonte potrebbe essere proprio la legge elettorale. Renzi ha rilanciato il Mattarellum, ma davanti al muro alzato da Fi e M5S bisognerà fare una scelta: cercare un compromesso, quantomeno con la sponda azzurra, o provare a tirar dritto?

Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, renziano della prima ora, sa bene che per far passare quel sistema di voto - per il quale si è battuto con due scioperi della fame - «occorre avere i voti in Aula, dunque cercare il più ampio consenso possibile. L’apertura della Lega al Senato potrebbe non bastare. Bisognerebbe trovare un’intesa, almeno con Forza Italia, visto che i Cinquestelle si sono già tirati fuori. Ma un accordo non si può decidere a tavolino, bisognerà discutere e capire se c’è disponibilità».

Il Mattarellum fu concepito nella stagione del bipolarismo, mentre oggi il quadro politico è tripolare. Sicuro che questo sistema sia al passo con i nostri tempi? «Un proporzionale puro ci farebbe tornare alla Prima Repubblica, con le coalizioni stabilite solo dopo il voto. Un sistema basato su collegi uninominali e una quota proporzionale garantirebbe certezza del vincitore e governabilità, nonché il legame diretto tra candidato e territorio, come avviene negli altri paesi Ue. Il Mattarellum porterebbe tutti questi vantaggi, al di là del tripolarismo. Poi si può anche discutere su eventuali adattamenti, a partire dalla quota proporzionale che l’impianto originario della legge fissa al 25%. Il Pd ha rilanciato il modello del ’93, ed è disponibile al dialogo. Ma la nostra proposta farà già da spartiacque: si capirà a breve chi vuole davvero abbracciare un sistema con impronta maggioritaria, chi tornare al proporzionale, o chi semplicemente traccheggiare».

A fine gennaio dalla Consulta uscirà una legge elettorale immediatamente applicabile. Dopo, se la discussione sul sistema di voto entrerà in stallo, cosa succederà? Liberi tutti e subito alle urne? «Una sentenza autoapplicativa non risolverà il problema della disomogeneità dei sistemi di voto tra Camera e Senato, ma almeno metterà il Paese nelle condizioni per andare alle urne: uno strumento di sicurezza contro chi in Parlamento vorrà ancora perder tempo per non andare a votare. Detto questo, non sono così sicuro che l’Alta Corte smonterà l’Italicum: se si leggono attentamente i pronunciamenti sul Porcellum, si capisce che sui nodi principali, cioè premio di maggioranza e sistema misto preferenze-collegi, l’Italicum è scritto sotto dettatura della Consulta».

Ma per la stabilità del Paese non sarebbe meglio frenare la corsa alle urne? «Considerata l’indisponibilità degli altri partiti ad un esecutivo di condivisione, per venire incontro alle emergenze ci siamo presi la responsabilità di formare un esecutivo. Non vedo alcuna contraddizione tra quest’assunzione di responsabilità e la richiesta che si faccia al più presto una legge elettorale per andare alle urne. Le due esigenze sono legate, e quando ci saranno le condizioni per andare a votare, questo governo - che è nella pienezza delle funzioni politiche - avrà esaurito la sua spinta e la propria ragion d’essere».

Il Pd è davvero pronto? Non avete paura del messaggio arrivato dal referendum? «C’è chi dice che quel 60% di No è un voto politico contro il partito e contro Renzi. Non credo molto in questa teoria, ma se è vera deve valere, per converso, anche per chi ha votato Sì: avremmo già un bacino elettorale del 40% con cui vincere il premio di maggioranza. Detto ciò, sappiamo perfettamente che il 4 dicembre abbiamo subìto una sconfitta, dovuta soprattutto alla deviazione politicistica che ha preso il dibattito sul referendum, ma c’è tutto il tempo per riprendere il dialogo con gli elettori, e ad oggi il Pd ha percentuali di consenso che in passato non si erano mai viste».

Renzi ha detto: «Abbiamo straperso». Non sembra proprio un mea culpa: perché parla al plurale? Non è stato lui a personalizzare? «Non sono d’accordo. Si può considerare un eccesso di personalizzazione l’aver scommesso su una riforma costituzionale che era l’ossatura di un programma di governo, annunciando le dimissioni in caso di sconfitta? Lo avrebbe fatto qualsiasi leader europeo. Sottolineo anche che tutte le decisioni che riguardavano la riforma e la legge elettorale sono state prese a maggioranza, e da tutti gli organi dirigenti del partito. Non possiamo scaricare tutto su Renzi».

Nel Pd c’è da sanare la spaccatura tra maggioranza e minoranza. La considera una missione possibile? E a proposito, si è poi pentito dell’insulto a Speranza in Assemblea? «In Assemblea mi è uscita una frase sbagliata, e me ne scuso, ma rivendico i contenuti del mio intervento: non si può ignorare tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni, e in particolare prima e dopo il 4 dicembre. O decidiamo di essere una comunità democratica, in cui si discute, anche animosamente, ma alla fine si va avanti compatti, oppure questa comunità non esiste più».


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