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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Il tempo stringe: cercasi coraggio e generosità


Roma, 14-10-2009

A sfogliare i programmi di tutti i partiti politici l’obiettivo di fare almeno una riforma per migliorare il paese non manca mai. Quante volte sentiamo dire: “dobbiamo fare le riforme”, “senza riforme il paese è bloccato”, “non vogliono le riforme” e cosi via. Futuro, blocchi, protezioni, privilegi, corporazioni, sono termini che ricorrono ogni due per tre nelle dichiarazioni quotidiane di esponenti politici di ogni colore, negli editoriali della carta stampata, negli atti dei seminari e dei convegni che settimanalmente si organizzano per confrontarsi sulle ricette di cui l’Italia ha bisogno. Si tratta molto spesso di posizioni condivisibili, di riflessioni lucide e azzeccate sulle possibili soluzioni per “sbloccare” un sistema economico ingessato e quindi stagnante: quello che però non si vede mai, al di là delle intenzioni, è il coraggio di agire di conseguenza.

Ieri il governatore della Banca d’Italia Draghi ancora una volta ha auspicato un intervento a favore dell’allungamento dell’età pensionabile, «rafforzando gli automatismi che, nel sistema contributivo, hanno il ruolo di mantenere la coerenza fra le prestazioni erogate e gli sviluppi demografici e macroeconomici». Le risposte di sindacati e governo non si sono fatte attendere: si passa da una tiepida apertura della Cgil sulla necessità di “aprire un tavolo” (una frase per tutte le stagioni, tanto poi c’è tempo..) al secco no di Sacconi sulla possibilità di mettere nuovamente mano ad una riforma che «già c’è ed è sufficiente per la tenuta del sistema».

Già, ma – potremmo dire – fino a quando? Cosa significa tenere il sistema se non mirare a mantenere quello status quo che pure si vorrebbe, almeno a parole, riformare? Se il 60% della spesa sociale è destinata al pagamento delle pensioni per tutto il resto, per i giovani, per le famiglie, cosa rimane? Poco o nulla, ovviamente. Queste considerazioni, quasi banali, pongono una serie di problemi: in primo luogo investono il ruolo della politica, delle organizzazioni sindacali e delle scelte di governo, che dovrebbero essere veicolo di strategie a lungo termine e non amministratori limitati alla gestione del presente.

Alla politica si chiede di misurarsi in prospettiva, di lavorare su orizzonti lunghi, di alzare le fondamenta di un palazzo sicuro, abitabile e confortevole anche tra venti, trent’ anni. Se la coperta è corta e con questa scegliamo di riscaldare i sessantenni di oggi va da sé che domani chi ha meno di quarant’anni resterà “al freddo”, dopo aver contribuito – senza averne piena coscienza data la giovane età – a garantire lui la sicurezza dei genitori, generando un paradosso decisivo ad incartare su se stesso un sistema già di per sé debole e poco incline a privilegiare un mercato del merito.

E’ necessario che si crei una consapevolezza prima e un movimento poi teso a replicare in sostanza l’approccio di base delle politiche ambientali, in cui l’analisi dei cambiamenti climatici costringe nazioni e governi ad adottare ora una serie di misure volte a preservare le generazioni future dall’inquinamento e dalle trasformazioni del pianeta, intervenendo sulle abitudini delle persone, cambiandole, convincendole che i sacrifici di oggi salveranno i loro figli e i loro nipoti. Allo stesso modo, a livello economico ed in un paese come il nostro, non è forse questo il momento di assumere decisioni persino “impopolari”? Quale deflagrazione occorre aspettare perche si compia un atto di vero coraggio a favore delle generazioni più deboli, già risucchiate in un limbo di precarietà senza tutele adeguate a permettere loro una vita decorosa?

E’ indispensabile rivedere molti punti fermi e molte priorità. E’ giusto che sindacati sempre sul piede di guerra quando si tratta di ridiscutere diritti considerati acquisiti dicano chiaramente se il ruolo che vogliono giocare sulla scena decisionale non preveda adeguamenti nell’ analisi dei cambiamenti sociali in atto. Ed è quanto mai urgente che la politica rovesci il meccanismo per cui, anziché cementare un patto tra generazioni in cui i genitori contribuiscono fattivamente a dare prospettive ai propri figli, si attua al contrario una pericolosa ed ingiusta discriminazione di trattamento per cui i giovani si ritrovano davvero a guardare il futuro al di là delle proprie spalle. Spero di sbagliare ma temo che se si continuerà ad ignorare il problema le conseguenze economiche e sociali a cui andremo incontro saranno ben più drammatiche di quanto oggi si possa pensare.


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