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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Carceri: quanti morti ancora perché si faccia qualcosa di concreto?


Roma, 09-09-2009

Il giorno di ferragosto, aderendo ad una iniziativa lanciata dai Radicali ed accolta in maniera trasversale da molti parlamentari, sono andato in visita al carcere di Favignana.

Chi conosce il mio percorso sa che il tema mi è particolarmente caro e che purtroppo ogni sopralluogo nella gran parte degli istituti penitenziari italiani non fa che confermare le preoccupazioni diffuse, lasciando addosso le medesime sensazioni. La fatiscenza delle strutture, la carenza di personale, il sovraffollamento rappresentano i comuni denominatori delle nostre carceri e costituiscono solo l’epifenomeno di una situazione che ha radici antiche e che investe tanto il piano della “vivibilità” delle strutture che, soprattutto, quello della “giustizia giusta” e della proporzionalità della pena.

E’ di ieri la notizia di un detenuto tunisino nel carcere di Pavia che, accusato di violenza sessuale e proclamatosi sempre innocente, si è lasciato morire di fame e di sete (la procura di Pavia ha aperto un’indagine per accertare eventuali responsabilità). Proprio a testimoniare la drammaticità di una situazione strutturalmente votata alla deflagrazione l’avvocato del tunisino ha prima accusato il penitenziario e il dipartimento sanitario di non aver fatto abbastanza per salvare l’uomo e contestualmente ha individuato ulteriori responsabilità in una magistratura lenta che ha impiegato venti giorni per rispondere ad una richiesta di trasferimento, viste le pessime condizioni di salute, in una struttura più attrezzata sul piano sanitario. Le conseguenze di questa ennesima morte volontaria in carcere potrebbero assumere contorni preoccupanti nel momento in cui, come sta accadendo, gli altri detenuti di Pavia hanno deciso di imitare Ben Gargi iniziando un digiuno di protesta.

Di fronte a questo stato di cose non potranno mai bastare né gli appelli delle varie associazioni né l’impegno dei singoli alle prese con un meccanismo perverso che consente di lasciare per anni in strutture inadeguate a ogni livello tossicodipendenti, extracomunitari o condannati per reati minori. L’iniziativa di ferragosto, a seguito della quale è stato prodotto un dossier che certifica dati e condizioni assolutamente allarmanti, pur con tutti i meriti del caso non fa altro che confermare un quadro ormai noto che spinge l’Europa alle critiche e agli inviti continui a fare qualcosa di concreto per cambiare. Ma non può bastare. Se di fronte ad una carenza di personale che costringe a chiudere interi reparti il governo italiano risponde con la litania della costruzione di nuove carceri, ripetuto come un mantra totalmente privo di buon senso ma carico di demagogia, nulla è destinato a cambiare.

C’è bisogno di una nuova consapevolezza, c’è bisogno di provare vergogna per come il nostro paese amministra la giustizia e per come il principio costituzionale di una pena umanamente tollerabile troppo spesso venga tradito nella più totale indifferenza. C’è bisogno di iniziative concrete ed urgenti che non possono non passare per una immediata riforma della giustizia, per la depenalizzazione di alcuni reati, per l’utilizzo molto più diffuso delle pene alternative, per una seria valutazione delle proposte lanciate in questi giorni da Marco Pannella per un provvedimento di amnistia.


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