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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Luce bipartisan sull’Abruzzo


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Roma, 21-04-2009
Fonte: Europa Quotidiano

Il 6 aprile, alle 3 e 32 di notte, le pareti della mia casa, come quelle di molti romani, hanno tremato: intorno a me tutto oscillava, libri ed oggetti sono caduti dalla libreria. Quaranta secondi di panico totale in cui ho pensato venisse giù tutto da un momento all’altro. Poi subito Rai News 24 e la graduale consapevolezza della tragedia a l’Aquila. Sarà per il bisogno di combattere il senso di impotenza che ho provato in quei secondi, sarà per le immagini di paesi e vite distrutte che la televisione nei giorni successivi ci ha rimbalzato dall’Abruzzo, sarà per la vista di quelle bare allineate nella scuola della Guardia di Finanza, sarà anche per raccogliere la sfida di Berlusconi che ha invitato i politici a non andare a l’Aquila solo per fare la passerella davanti alle telecamere, fatto sta che a distanza di una settimana ho sentito l’esigenza di andare come volontario, in assoluto anonimato, sul luogo della tragedia.

L’uscita consigliata dall’ANAS per i “mezzi di soccorso” è quella di Aquila Ovest; a darti il segno che ti trovi in una zona di “crisi” è lo sciame di mezzi di soccorso che si muove in un senso e nell’altro dell’autostrada. Mezzi di ogni tipo: dalle forze di polizia ai Vigili del Fuoco, da quelli della Protezione Civile a quelli di decine e decine di organizzazioni di volontariato, dalle ambulanze a quelli di tante amministrazioni pubbliche locali. Uscito dal casello sei subito a ridosso del centro, ma lo sguardo fisso sui palazzi a cercare i segni del terremoto non ti restituisce subito l’idea della tragedia che ti saresti aspettato.

Le prime palazzine sembrano intatte, anche se basta poco per rendersi conto che tutti gli edifici che ti sfilano davanti sono marchiati da un segno indistinguibile, una sorta di croce, o forse una “X” che si forma in modo quasi costante sulle pareti degli edifici. E’ un segno maledetto, che ti accoglie appena arrivi e non ti lascia più: è il simbolo indelebile della tragedia che ha colpito la città. Con il tempo imparerò a capire che le ferite più grandi sono quelle meno visibili, quelle nascoste, che si determinano in conseguenza del cedimento delle colonne, dei pilastri in cemento armato e che mostrano la loro “identità” solo quando sono sgretolati a terra in un cumulo di macerie, impastati con arredi, oggetti, indumenti, ventre di quelle mura domestiche violentate ed umiliate dal terremoto.

La base del COM1 (il Centro Operativo Misto, che attualmente gestisce i 37 campi dell’Aquila) è stata ricavata in un asilo comunale a poche centinaia di metri dal centro, da quella via XX settembre che ormai quasi non esiste più. Lì ho potuto dare il mio aiuto, grazie anche ad un antico rapporto con alcuni valorosi rappresentanti della Protezione Civile Nazionale. Quel luogo è il simbolo dell’indomita e caparbia volontà dell’uomo di combattere contro le catastrofi naturali, anche quando la disparità di forze è quasi disarmante. Quando arrivo il COM1 è in piena attività, miracolosamente dinamico nonostante la situazione: i primi giorni si lavora solo con i telefonini (il terremoto ha buttato giù anche la centrale Telecom dell’Aquila), utilizzando banchi e sedie di bambini di una scuola materna, in un surreale contorno di disegni, giocattoli e pennarelli accatastati vicino alle pareti, quasi a voler preservare per “domani” il lavoro fatto in quelle mura fino a ieri. Insomma, una sorta di open space attrezzato al volo dove sono operativi ormai da giorni e suddivisi per “funzioni”: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Volontariato, Protezione Civile, aziende di servizio, polizia municipale, i diversi settori dell’Amministrazione comunale, i radioamatori che tengono i rapporti con i campi. Una “macchina da guerra” capeggiata da un giovane vigile del fuoco nato a l’Aquila, ma in servizio da anni a Roma.

E poi ci sono loro, i cittadini, quelli che non hanno più nulla e quelli che cercano di recuperare qualcosa, quelli che sperano di rientrare presto in casa e quelli che temono quel giorno: una processione continua di gente dolente ma mai preda dell’isteria, esigente ma comprensiva, segnata dalla tragedia ma di una dignità che lascia davvero impressionati. E’ gente laboriosa, che non ti pone problemi ma vuole risolverli, che si affida alla struttura e insieme cerca di aiutarla per come può. Perché al COM1, per quella gente che ha perso tutto, pulsa il cuore della speranza di chi è rimasto in vita. E questa responsabilità di cui ti senti investito lavorando lì non ti dà il tempo di fermarti, né tanto meno di scegliere: come in una grande “comunità” tutti facevano tutto e tutti erano pronti ad aiutare anche nei lavori più umili. Nei giorni in cui ho lavorato lì ho caricato e scaricato mobili, ho servito i pasti, ho portato gli avanzi al canile pieno di randagi spaventati, ho fatto fotocopie e fax, ho raccolto dati per telefono dai campi, ho dattiloscritto rapporti, ho dato informazioni, ho girato nelle tendopoli per raccogliere le esigenze degli “ospiti” (guai a chiamarli sfollati!). Ed ho fatto solo un millesimo di ciò che quella gente sta facendo da due settimane senza sosta. 

L’Aquila in questi giorni è la città dei colori e delle divise. Ogni organizzazione di volontariato, anche la più piccola, ha la propria: un segno di riferimento per le popolazioni, ma anche un segno di rispetto. Sono ondate di colori che si spostano per la città e le danno luce, illuminando macerie e distruzione. Su tutto domina il rosso dei mezzi dei Vigili del Fuoco, sentinelle instancabili di una città distrutta; per entrare nel centro storico bisogna superare il loro posto di blocco, da dove partono in continuazione camionette che vanno a fare le verifiche di stabilità o a tentare di recuperare, insieme ai proprietari, le cose più care ed importanti che sono rimaste nelle poche case che non sono crollate. Uno sciame ininterrotto, dalla mattina al tardo pomeriggio, che si muove lungo strade e stradine altrimenti caratterizzate dal silenzio e dal deserto assoluti. Ma l’Aquila non è una città morta. C’è anche una parte viva, quella che è sopravvissuta fisicamente al terremoto e che aspetta di capire quale futuro l’attenda. Sono tutti raccolti dentro le grandi tende azzurre della Protezione Civile o del Ministero dell’Interno. Ogni campo ha un responsabile e decine di volontari venuti da ogni parte d’Italia per dare una mano, un presidio sanitario e la vigilanza delle forze dell’ordine.

Ad oggi, finalmente, credo che quasi tutte siano dotate di bagni, docce, stufe, cucine da campo, mense. In pochi giorni, da quando sono arrivato in una città in piena emergenza post terremoto al giorno in cui sono ripartito, quasi tutte le esigenze della popolazione colpita sono state soddisfatte e, elemento ancora più positivo, già si iniziano a vedere i primi segnali di una città che tenta di riprendere a vivere: hanno riaperto i primi bar ed i primi supermercati e girando si riescono a trovare farmacie, qualche giornalaio e ristorante aperti, luoghi di aggregazione e simboli di un graduale ritorno alla normalità. Non sarà facile perché la città è stata colpita duramente ed il tempo della ricostruzione non sarà breve, ma la consapevolezza di trovarti di fronte a persone che sanno e vogliono rimboccarsi le maniche, che non cedono, che – nonostante tutto - ci credono è motivo di speranza. Intorno a loro ho visto l’Italia vera, l’Italia unita, l’Italia dal cuore immenso, l’Italia umile, l’Italia solidale. Quell’Italia dei cento dialetti che ha saputo accogliere in un unico grande abbraccio coloro che sono stati colpiti da una tragedia così devastante. E’ questa l’Italia dalla quale dobbiamo imparare tanto, quella che nei momenti di difficoltà sa lasciarsi dietro le spalle divisioni e scontri e sa unirsi per affrontare e risolvere i problemi. Noi politici, chiamati a rappresentare questa Italia, abbiamo il dovere di esserne all’altezza.

E’ per questa ragione che, insieme ad una collega del Popolo delle Libertà, Annagrazia Calabria, che pure è stata qualche giorno a l’Aquila per portare aiuti alla popolazione ferita, abbiamo deciso di promuovere tra deputati e senatori l’associazione bipartisan “Luce sempre accesa per l’Abruzzo”. Perché il rischio più grande, e l’unica vera paura degli abruzzesi, è che spenti i riflettori di media e televisioni anche gli aiuti e gli impegni assunti per la lunga fase della ricostruzione sfumino. Sappiamo invece che le prossime settimane ed i prossimi mesi saranno quelli più difficili per chi è sopravvissuto.

Per questo abbiamo pensato di creare gruppi formati da parlamentari di centrodestra e di centrosinistra che “adottino” i comuni più colpiti, facendoli diventare dei veri e propri collegi non elettorali, ma di “solidarietà”, nei quali recarsi periodicamente per parlare con le popolazioni colpite, raccogliere sollecitazioni, contribuire, anche attraverso raccolte di fondi mirate, a superare difficoltà e problemi e a garantire un miglioramento della loro qualità di vita. In assoluta collaborazione e coordinamento con tutte le istituzioni impegnate per l’emergenza e per la ricostruzione pensiamo che sia dovere della politica, riflettendo il sentimento degli italiani, unirsi e dare il proprio doveroso contributo a favore di chi è stato vittima di questa tragedia. L’Italia che ho visto a l’Aquila è un paese capace, solidale e vivo. Ed è esattamente in questo modo che noi che lo rappresentiamo dobbiamo salvaguardarlo.


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