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Finanziamento ai Partiti: arriva "Scegli tu". E il cittadino torna arbitro


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Roma, 11-05-2013

Il populismo è il pedaggio che la democrazia paga per confermare la sua esistenza.

Tuttavia il fiorino che, come novelli Troisi e Benigni nel loro bel film Non ci resta che piangere, il nostro paese oggi sta pagando a chi costruisce carriere demagogicamente sulle spalle di una comunità piegata dalla crisi, ha un costo troppo alto. Vi è dunque un dovere morale, oltre che politico, che impone alla politica di intervenire. Su questa base, quindi, nasce la proposta: «Scegli tu, vota con il portafoglio». Un’ipotesi, da tempo promossa da Matteo Renzi, presentata mercoledì in parlamento, innanzitutto –ma non solo – da alcuni deputati del Pd (primi firmatari: Dario Nardella, Marco Donati, Edoardo Fanucci, Dario Parrini, Maria Elena Boschi, Matteo Biffoni, Flavia Nardelli, Luca Lotti, Angelo Rughetti, Roberto Giachetti, Simona Bonafe’, Ivan Scalfarotto), per “prendere di petto” uno dei temi principali sul quale il populismo demagogico di Grillo sta proliferando: appunto, i costi della politica.

L’obiettivo? Far sì che i cittadini siano sempre più arbitri delle decisioni della politica. E che il suo finanziamento dipenda dal grado di consenso sociale su cui essa è capace di misurare, in trasparenza e rendicontando, la sua forza. “Scegli tu” quindi è il principio-guida di una proposta di legge che mira a far sì che sia il cittadino – persona fisica – a scegliere, con una contribuzione tributaria volontaria attraverso un meccanismo individuato allora nel disegno di legge di iniziativa legislativa popolare predisposta, nella scorsa legislatura, da Pellegrino Capaldo, a chi “ancorare” il suo credito d’imposta. Insomma, tornare a quel “cittadino come arbitro”, come scriveva tanti anni fa il compianto Roberto Ruffilli, per far sì che i partiti non debbano aver paura degli elettori, a maggior ragione dei suoi, soprattutto di fronte ai rischi che gli effetti sulla politica della modernità tecnologica possano confondere, in alcuni eletti, i mezzi con i fini.

Tale proposta, peraltro, è molto più esigente con la politica e con i suoi soggetti, rispetto a quella presentata allora. Tre sono i motivi:

  1. perché – senza sottrarre fondi al terzo settore o all’associazionismo in genere – riduce al 40% (con un tetto massimo di diecimila euro) il credito d’imposta e lo rende operativo in tre anni (e non in cinque);
  2. perché prevede vincoli molto forti di trasparenza e democraticità ai soggetti destinatari per l’erogamento del contributo sulla falsariga di quanto previsto dall’articolo 49 della Costituzione, auspicando quanto prima in una legge ad hoc sull’associazionismo politico;
  3. perché prevede meccanismi premiali, pari ad un 3% in più, per quei soggetti che adottino elezioni primarie per l’individuazione dei candidati alle consultazioni elettorali, meccanismi di protezione delle minoranze di genere, in linea con quanto dettato dall’articolo 51 della Costituzione e, infine, meccanismi ulteriori di trasparenza pubblica dei propri bilanci, oltre la mera certificazione esterna. 

Dunque, si badi, non si nega l’idea né che la politica abbia un costo né, in linea con quanto allora prevedeva la Nota predisposta da Giuliano Amato richiesta dal presidente Monti, che si consenta che sia “un affare per ricchi”, ma se ne rovescia la logica e la responsabilità: sono i cittadini che scelgono chi premiare perché sta alla politica promuovere le sue proposte e rendicontare le sue scelte.


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