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Roberto Giachetti: "Usciamo dalle ipocrisie". La mia intervista di oggi a "La Verità"


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Roma, 23-09-2019

di Federico Novella

«Il Pd? È tornato il partito di Bandiera rossa, non potevamo restare su quel treno ».

Roberto Giachetti è un personaggio con cui si può sempre ragionare, al di là degli steccati politici. Sulla sua onestà intellettuale tutti, trasversalmente, sono pronti a mettere la mano sul fuoco. Dopo aver sfidato Nicola Zingaretti nella corsa alla segreteria, oggi è uno dei protagonisti della scissione renziana dal partito democratico. Restò negli annali il suo mitologico sfogo pubblico, durante una direzione di partito, contro la sinistra interna del Pd, riassunto nella frase liberatoria modello Corazzata Potemkin: «Avete la faccia come il c…!».

Oggi approfittiamo della sua schiettezza per capire cosa si nasconde dietro la nuova formazione.

La decisione di Matteo Renzi ha spiazzato anche lei, o il progetto era nel cassetto da tempo?

«È un piano di cui parlavamo da settimane. Ora siamo 41 parlamentari, ma certamente ne arriveranno altri in futuro. Era scontato che finisse così».

Adesso Renzi ha la golden share sul governo. Una manovra diabolica degna del miglior Massimo D’Alema.

«A quelli che temono stacchi laspina, ricordo che è Renzi ad averla attaccata. Quando sento dire che condizioneremo il governo perché siamo decisivi, consiglio di leggere i numeri. Il peso per far mancare la maggioranza ce l’avremmo avuto comunque, dentro o fuori il Pd».

Però adesso, anche sulla partita delle nomine, non dovrete rispondere a Nicola Zingaretti. È ben diverso.

«Ricordo la guerriglia interna durante la segreteria Renzi, le barricate sulle riforme costituzionali, sul jobs act, addirittura c’era gente nel Pd che non votò la fiducia. La nostra operazione è molto più limpida. In futuro, come accade nei governi di coalizione, si discuterà del pacchetto di nomine. So già che qualcuno la chiamerà spartizione, qualcuno mediazione, ma avverrà semplicemente una sintesi basata sui diversi pesi in Parlamento. Come è sempre accaduto » .

Giuseppe Conte faticherà a dormire, sapendo di poter cadere a un cenno di Renzi.

«Conte si preoccupa inutilmente. Se nonfosse per Renzi oggi lui non sarebbe premier. Questa operazione non lo indebolisce, anzi lo rafforza. Vogliamo dare una chance in più al centrosinistra, con una nuova offerta politica che possa parlare a un mondo che con il Pd non comunica più».

Tra l’altro, a complicare la vita al governo ci si mette anche Alessandro Di Battista: «Non mi fido del Pd».

«Non avere la fiducia di Di Battista mi sembra già un grande risultato politico».

Il premier vi accusa di scarsa trasparenza: perché non avete annunciato la scissione prima della formazione del governo?

«Si immagina le reazioni? Così facendo ci avrebbero accusato tutti di puntare alle poltrone. Renzi ha aspettato il momento giusto».

Però fedelisimi come Andrea Marcucci, Luca Lotti, Anna Ascani restano nel Pd. Saranno la quinta colonna renziana all’ombra di Zingaretti?

«Ma no, non c’è nessun disegno dietro. Semplicemente sono scelte individuali, a volte dolorose».

Beppe Grillo dice che «dai due Mattei sono arrivate due minchiate d’impulso ».

«La storia si incaricherà di didimostrare che la minchiata l’ha appena detta Grillo».

Romano Prodi dice che scadrete presto, «come lo yogurt».

«Lo yogurt si fa con i fermenti vivi: se conservati con cura, durano a lungo».

Però è innegabile che adesso Renzi abbia le mani libere.

«Fin da quando venne eletto segretario con le primarie, era trattato da corpo estraneo, nel Pd. Quasi un usurpatore. Come se il volante del partito dovesse essere riservato alle stesse persone e a una certa corrente culturale e politica. Poi nell’ultimo anno questa tendenza all’esclusione si è molto accentuata » .

Quindi era nelle cose?

«Usciamo dalle ipocrisie. Lo sanno tutti che dentro il Pd in tanti spingevano perché Renzi si levasse dalle palle. Qualche settimana fa uscì addirittura la notizia, molto poco smentita, che Zingaretti stesse organizzando una scissione concordata con Carlo Calenda, per sterilizzare i progetti renziani».

Eppure, a scorrere i giornali, vi hanno pregato fino all’ultimo di ripensarci.

«Molti di quelli che oggi fingono di piangere per l’uscita di Renzi sono gli stessi che hanno creato lecondizioni per facilitare la scissione. Uno tra tutti è Goffredo Bettini ».

Però avevate accusato Pier Luigi Bersani e D’Alema di scappare con il pallone. Adesso Renzi si porta il via il pallone, le porte, e anche le bandierine del calcio d’angolo.

«No, c’è una bella differenza. Prima di scindersi, Bersani e D’Alema sono rimasti dentro il partito per mesi, bombardando la dirigenza renziana per logorarne la leadership, e attaccando un’intera comunità politica che in Renzi si era riconosciuta».

E voi?

«Io ci sono sempre stato, in tutte le occasioni, dalle direzioni alle assemblee nazionali. E spesso, pur essendo in disaccordo, ho rispettato le decisioni del partito con lealtà. Però vengo dal mondo radicale, e non considero la politica come una caserma. Se si condividono dei valori si porta avanti un percorso comune. Altrimenti, in punta di piedi, preferisco togliere subito il disturbo».

In realtà Bersani dice che non è stato lui a spostarsi a sinistra, ma Renzi a virare a destra.

«È il classico atteggiamento di coloro che si vergognano davanti allo specchio, e non hanno il coraggiodi assumersi le loro responsabilità » .

Adesso le truppe sinistre rientreranno nel Pd derenzizzato?

«Lo do per scontato. Nelle parole di Zingaretti si capisce chiaramente che torneranno a casa».

Il segretario del Pd non riesce a capire perché ve ne siete andati. E non è il solo. Qual è la vera motivazione?

«Il Pd originario, quello di Walter Veltroni, aveva un principio fondamentale: il segretario di partito dev’essere anche candidato premier. E di conseguenza le primarie devono essere aperte a tutti. Oggi la segreteria Zingaretti vuole stravolgere questi principi: il Pd diventerà una cosa completamente diversa».

Tornerà il partito di Bandiera rossa ?

«Quella è la destinazione, e ci si arriverà. All’ultima festa democratica il comizio finale di Zingaretti si è concluso in effetti con l’intonazione di Bandiera rossa. Poi per carità, ognuno canti ciò che vuole.

Dunque il Pd dice addio al riformismo?

«La stragrande maggioranza di quel partito quasi si vergogna del riformismo di Renzi e Paolo Gentiloni. I segnali che ha dato Nicola con le nomine alla segreteria sono chiari: a occuparsi di lavoro c’è il ministro Peppe Provenzano, che sparava quotidianamente sul jobs act di Renzi. Di riforme costituzionali se ne occupa il sottosegretario Andrea Giorgis, che con D’Alema organizzava i comitati per il no al referendum » .

In economia, sarà un Pd statalista e alfiere della patrimoniale?

«Il nostro nuovo soggetto aiuterà a mantenere la barra ben salda, ed evitare avventure come la patrimoniale. Detto questo, ho una grande fiducia nel ministro Roberto Gualtieri. Priorità: bloccare clausole Iva e ridurre le tasse ai lavoratori » .

Eppure in questo Pd sbilanciato a sinistra restano Gentiloni e Dario Franceschini: non certo due bolscevichi.

«Loro più che amici, sono fratelli. Non sto dicendo che nel Pd non ci sia spazio per posizioni diverse: ma quel treno sta viaggiando, inesorabilmente, verso una direzione precisa. E io su quel treno non intendo restare».

Puntate all’elettorato di Forza Italia?

«Noi ci rivolgiamo a tutti, a 360 gradi. Il 40% degli elettori sceglie di non votare: non sono solo moderati di centro. Dobbiamo raggiungerli e convincerli. Con le sue vecchie ricette, il Pd è incapace di coinvolgere queste persone».

Si era candidato alla segreteria al grido di «Mai con i grillini». Come ha fatto a digerire questa alleanza?

«Ho fatto un errore di valutazione: mi sono reso conto che in politica, come nella vita, non bisogna mai dire mai. Ho dunque cambiato posizione traendone le conseguenze, e dimettendomi dalla direzione del partito. Ciò detto, sono convinto che i 5 stelle di oggi sono diversi da quelli di cinque anni fa».

Non teme che l’operazione renziana venga vista semplicemente come una manovra di palazzo? Gianfranco Fini, Marco Follini e Angelino Alfano non hanno avuto grande fortuna.

«C’è anche questo rischio. Dipende da noi: la scommessa è dimostrare che questa operazione non è solo una manovra parlamentare. Ma le prime risposte che arrivano dai nostri comitati civici sono molto incoraggianti».

Perché avete rubato il marchio Italia viva alla campagna elettorale di Walter Veltroni?

«Questo particolare divertente non lo ricordavo. Che dire, ormai i social sono implacabili. Non gli sfugge più nulla».


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