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Applausi, urla e «vaffa» tra colonnelli e dissidenti Ma i big stanno in posa


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Roma, 12-05-2013
Fonte: Corriere della sera

Al bar, a mezzogiorno, arrivano i panini con la porchetta. Non sono buoni come quelli che preparavano alle feste dell' Unità , ma aiutano a distendere gli animi. Nei limiti. Dentro, nel padiglione numero 10 della nuova Fiera di Roma, sul palco è intanto il turno di Renato Soru, che inizia a parlare con un tono di voce da orazione funebre. Franco Marini, accigliato, esce e si prende sottobraccio Miguel Gotor (storico, filologo di Aldo Moro, deputato, consigliere di Bersani: e non estraneo - sembra - alla sciagurata trovata elettorale del «giaguaro da smacchiare»). Luciano Violante sta da una parte con Lucia Annunziata. Passa Piero Fassino (bisognerebbe andargli a chiedere se davvero, l' altra sera, nel gran pasticcio delle trattative, per un paio d' ore gli sia stata prospettata la possibilità di poter diventare il segretario reggente: ma forse è meglio soprassedere).

Torna Pippo Civati, uno dei dissidenti. Ha questa tecnica, Civati (la stessa che usa anche in Transatlantico): cammina a passi corti, e poi va avanti e indietro, l' aria sempre un po' assorta e cupa, come pronto a dire qualcosa di decisivo. Questo atteggiamento attira sistematicamente i cronisti, anche quelli che l' hanno intervistato poco prima, per sentirsi dire frasi tipo: «Non c' è il rischio di morire democristiani, c' è il rischio di morire e basta». Le metafore che circolano nel backstage di questa assemblea sono comunque scarsamente allegre. Sentite Roberto Giachetti: «Il partito è in agonia, ma invece di somministrarci un antibiotico forte per cercare di guarire, ci stiamo attaccando all' ossigeno». Nico Stumpo - un quarantenne calabrese cresciuto nei ranghi del partito, ex colonnello bersaniano, formalmente ancora responsabile dell' organizzazione - raccoglie le firme per Epifani e la pensa diversamente: «Stiamo prendendo la miglior decisione possibile». Dipende dai punti di vista.

Viene fuori Michele Emiliano. «Assurdo! Non mi ci vogliono, sul palco!» (urla). C' è un regolamento, sindaco. «E ci sarà pure, va bene: ma io sono pur sempre il sindaco di Bari e il presidente del Pd in Puglia, o no?». Cosa avrebbe voluto dire, al microfono? «Oh, beh, una cosuccia su Epifani... Avrei voluto ricordare che è andato in pensione facendo il deputato e che adesso, non soddisfatto, s' è messo a fare il camerlengo lanciandosi in questa avventura senile...». Alcuni, conoscendo gli improvvisi scatti d' ira di cui Emiliano è capace, prudentemente annuiscono. Nicola Latorre, con un sorriso dei suoi vorrebbe buttarla sul ridere, mima una specie di pugno, ma poi capisce che non è aria, e rientra in sala. Bersani ha appena finito di parlare. Due minuti e mezzo di discorso, poi un applauso lungo, che è sembrato affettuoso. Abbracci con Zanda, Speranza e la Sereni, seduti al tavolo della presidenza. Freddezza, poco dopo, per la prodiana Sandra Zampa, che annuncia l' intenzione di non votare Epifani. Tra un po' parlerà Renzi (gira voce che, da qui al congresso, abbia chiesto di poter controllare, con uno dei suoi, l' organizzazione del partito: vera o no, qualcuno vada a riferire questa voce a Stumpo). Il senatore Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, uomo saggio e - dicono - potente, è l' unico parlamentare a varcare la porta della sala stampa.

I giornalisti seguono la diretta dei lavori di YouDem su due grandi megaschermi. Il direttore di YouDem , Chiara Geloni, monaca guerriera di rito bersaniano, è mesta e solitaria. Più rilassato il direttore di Europa , Stefano Menichini (l' edizione online del quotidiano va piuttosto bene). I giornalisti dell' Unità , invece, fanno volantinaggio: si prospetta un piano di tagli, l' ennesimo, dopo anni di sacrifici: «L' Unità vuole cambiare, non morire». Un po' di chiacchiere tra i delegati origliate al bar. «Quando ho visto Veltroni, ho pensato: ma perché cavolo l' abbiamo fatto dimettere da segretario, eh?». «Ci hai pensato? Siamo riusciti a mettere a Palazzo Chigi un democristiano e a darci un segretario socialista». «Hai visto Marino? No, dico: ti è chiaro, sì, che a Roma le elezioni le rivincerà Alemanno?...». Ecco David Sassoli. Il capogruppo al Parlamento europeo l' altra sera è andato a fare un dibattito al Circolo Woody Allen, nel quartiere di San Giovanni, qui a Roma. Ma è finita male. «Beh, male...». Male. L' hanno insultata. «Veramente è filato tutto liscio finché non s' è alzato un matto che mi ha cominciato a urlare contro...». Gli umori della base sono pessimi. «Bah... diciamo che qualche vaffa , ogni tanto, bisogna saperlo accettare». 

Fuori, all' ingresso, ci sono gli insorti di Occupy Pd#. Indossano magliette bianche su cui è scritto «Siamo più di 101» (riferimento al numero dei franchi tiratori che impedirono l' elezione a Presidente della Repubblica di Romano Prodi) sono fermi dietro alle transenne e, in verità, a contarli, non saranno più di cinquanta. Chiedono di poter entrare. Con ammirevole sprezzo dell' imbarazzo, il viceministro Stefano Fassina decide di non evitare un tentativo di confronto. E si avvicina. Fassina: «Faremo un congresso e...». Uno di loro (tra lo sprezzante e l' ironico): «E come lo vuoi fare questo congresso, eh?». Fassina: «Guardate: io penso che...». Un altro di loro: «Racconti cazzate, racconti...». Va avanti per tre minuti. Poi anche fotografi e cameraman si stufano. Non c' è notizia. Prima sono stati addirittura spietati, in certe valutazioni. Stavano tutti intorno ad Anna Paola Concia, ma poi, quando è spuntata la Puppato, hanno mollato di colpo la Concia (E lei, sportiva: «Andate, andate dalla Puppato, che è più importante...»). Si sono ripetuti, poco dopo, con Matteo Orfini. Mollato al sopraggiungere della Bindi. L' ego di Orfini ne era rimasto duramente segnato. Adesso però c' è un fotografo che gli propone qualche scatto. «Ecco, stia fermo così... un bel sorriso, eh?». E Orfini sorride. «Bravo, perfetto! Adesso... a braccia conserte, forza!». E Orfini lì, in posa, a braccia conserte.

Fabrizio Roncone - Il Corriere della Sera


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