Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione sui social network e/o la visualizzazione di media. Chiudendo questo banner, scorrendo o ricaricando questa pagina, ovvero cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Per maggiori informazioni consulta la privacy policy


 
HOME CHI SONO ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA VIDEO #ROMATORNAROMA
Roberto Giachetti > Politica > articolo

Partito Democratico: parlare o tacere?


Foto articolo
Roma, 19-02-2009

Non nascondo che vivo tutta intera questa contraddizione. Chi fa politica non può sottrarsi dall’esprimere la propria opinione, tanto più quando i momenti sono difficili e forse drammatici. Contemporaneamente c’è in me un’intima e forte volontà di sottrarmi dal partecipare ad un circo di chiacchiere e veleni che non poco hanno contribuito al precipitare nella situazione nella quale si trova oggi il Partito Democratico. C’è di più, ed è ciò che a pelle più mi mette a disagio e più rende fragile ogni pensiero o parola che matura nel mio intimo: che dire? Con quale credibilità? Con che faccia? Sono un po’ disorientato.

Lo so, in politica queste ammissioni non si dovrebbero mai fare, un politico deve dare sempre l’idea (non importa se sia effettivamente così) di avere la situazione sotto controllo e di saper indicare al suo popolo quale è la strada per uscire dalle difficoltà. Ma vi assicuro che per me l’impresa è quasi impossibile. Seppure con posizioni marginali e non di prima linea faccio parte di un gruppo dirigente che ha la pesantissima responsabilità di aver portato un progetto ai limiti di un gravissimo fallimento politico.

Mi domando: che credibilità ha questo stesso gruppo dirigente per indicare la strada di una ricostruzione? Quanto, invece, il continuare a metterci le mani non comporti il superamento di quel limite che appare così prossimo: il totale fallimento? Quale è la strada giusta, la strada maestra per riconsegnare a tante persone tradite dai nostri giochini (non di rado miseri) di potere riguadagnare un briciolo di fiducia e la voglia di sperare ancora e, conseguentemente, di sentirsi impegnati per un rilancio, una ripresa? Con che faccia noi, proprio noi ci incarichiamo di raccogliere i cocci e tentare di rimetterli insieme? Come possiamo noi, che abbiamo sostanzialmente impedito che una nuova classe dirigente si formasse in questi anni assumerci la responsabilità di tornare a caricare le stesse medesime persone di un potere così enorme e indisponibile com’è la speranza collettiva verso il compimento di progetti e di ideali così attesi e non solo dalla nostra parte politica?

Vi confesso che non ho provato straordinarie commozioni in queste ore, ma ho dormito poco, davvero poco, in una riservatezza ed in un silenzio che ho volutamente costruito intorno a me per cercare di riflettere senza troppi condizionamenti. Non sono riuscito a darmi una risposta, permane il disorientamento e la incapacità di indicare una strada per uscire dal tunnel. Non ho grandi idee, mi muove un solido sentimento di fiducia nel progetto del Partito Democratico.

Non ho ricette. Mi piace sperare che in queste ore prevalga in tutti, in noi responsabili di questo delirio ed in tutti voi che ne siete stati involontari spettatori, un colpo di coda in termini di ragionevolezza, lungimiranza, tolleranza. Vorrei che il gruppo dirigente (di cui faccio parte) invece di proseguire in un indecente spettacolo di guerre, divisioni, sgambetti, improperi, interdizioni, si dotasse di una robusta dose di umiltà e, contemporaneamente, di generosità ed individuasse un percorso che ci porti gradualmente ma inequivocabilmente ed irreversibilmente ad un ricambio di attori, di guida e di proposte. Cominciando una lenta ma inesorabile marcia indietro. Cominciando da subito a dare spazio, ma con metodi diversi dal passato, con decisioni tanto immediate quanto consistenti, con attribuzioni di responsabilità reali, a coloro che per il bene del PD, della politica e del nostro Paese, dobbiamo auspicare saranno meno egoisti, più responsabili e capaci di distribuire ad un popolo che li aspetta speranza, fiducia e capacità. Io per questo mi metto a disposizione e lavorerò. Altro procurerà in me solo ulteriore disorientamento.

La cosa più indegna di queste ore è che una sola persona ha ritenuto di dover chiedere scusa per non avercela fatta: Walter Veltroni. E’ quella faccia della politica che sagacemente riesce ad unire ipocrisia, ingenerosità, indecenza. Per questo unisco le mie parole a quelle di Veltroni nel chiedere scusa a tutti.


Non ci sono commenti - Commenta l'articolo commenta