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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Una piccola storia ignobile


Roma, 29-11-2008

Non faccio parte di nessun organismo del Partito democratico, né a livello nazionale, né a livello regionale, né a livello cittadino, né a livello municipale. Sono membro della Direzione romana del Pd, ma senza diritto di voto, e da quando è nato il Partito ho sempre contestato, dalla costituzione del Comitato dei 45 alle liste bloccate alle primarie, il modo attraverso il quale veniva selezionata la sua classe dirigente. Sono però sempre stato alle nostre regole, anche quando non le ho condivise. Perché le regole, fino a quando esistono, sono l’unico punto di equilibrio per qualsiasi convivenza, anche in politica, anche nei partiti.

Ieri sono stato convocato alla riunione della Direzione romana del Partito Democratico, che aveva all’ordine del giorno, cito testualmente: “Proposta di regolamento per l’elezione del Segretario del PD di Roma”. “Casualmente” mancava un verbo. Cosa si sarebbe dovuto fare di questa proposta? Come dire, un irricevibile scenario aperto… A sfatare il mistero c’ha pensato il Coordinatore romano, che nel suo intervento di apertura ha detto esplicitamente di volere che la direzione la votasse. Segnalo, solo incidentalmente, che la proposta di regolamento testualmente recitava che “le candidature alla Segreteria romana del Pd possono essere presentate entro un’ora dall’approvazione del presente regolamento”. Nel corso del dibattito qualcuno ha saggiamente consigliato al Coordinatore di modificare la proposta, perché un regolamento del genere non può essere di competenza della direzione, ma, semmai, dell’assemblea chiamata ad eleggere il Segretario. Ma questo è solo un piccolo particolare indicativo della china che ha preso il partito a Roma. In realtà le cose sono molto più gravi, ed il peggio è accaduto dopo.

Cosa accade quindi a Roma? Cerco di spiegarlo rapidamente. Dopo la sconfitta alle comunali si svolse una difficile Assemblea romana nella quale tutti, dico tutti, dichiararono pubblicamente che l’unico modo per uscire dalla difficile situazione era quello di restituire la parola al popolo delle primarie. Il Coordinatore, che aveva annunciato di non essersi dimesso solo “per senso di responsabilità”, dichiarò testualmente che le primarie erano la “strada da seguire” per scegliere la nuova classe dirigente locale, a patto di fare presto. Ma non si limitò a questo; auspicò di “avviare una fase che possiamo definire congressuale con la quale discutere nei circoli su cosa e come fare opposizione ad Alemanno e su come eleggere la classe dirigente”, la quale, ribadì, “non potrà essere quella attuale”. Alle dichiarazioni di Milana fecero seguito quelle di tutto il gruppo dirigente locale del Partito democratico, centrate sul concetto di “primarie subito”. In questi quattro mesi non è accaduto nulla, non è stato fatto nulla. La classe dirigente del partito è stata impegnata in caminetti ed incontri carbonari volti a trovare accordi e gestire guerre interne senza tenere in alcuna considerazione il crescente disagio che si formava nei circoli e nella base del partito e, soprattutto, senza produrre alcuna iniziativa politica di contrasto alla giunta Alemanno né di proposta per “la Roma che vorremmo”. Nulla. Vuoto assoluto di iniziativa politica e paralisi sul piano dell’organizzazione interna. E’ bene ricordare che il regolamento nazionale, se è vero che lascia libertà agli statuti regionali di stabilire come eleggere il segretario cittadino, impone che le assemblee locali provvisorie, cioè formate per cooptazione nel periodo di transizione legato alla costituzione del Partito democratico, siano integrate con una parte di membri eletti con le primarie entro il 2008. Regola alla quale si sono uniformate tutte le città italiane, in particolare tutte le altre province del Lazio, ed alla quale, ovviamente, Roma è l’unica a non essersi conformata. Ne consegue che l’Assemblea cittadina di Roma non è nelle condizioni regolamentari di assumere alcuna decisione perché non è regolarmente composta. Cosa è accaduto allora ieri? Che il Coordinatore romano, alla presenza ed in accordo con tutti i vertici del partito, compreso il neosegretario regionale, ha annunciato di voler convocare nella prossima settimana l’Assemblea cittadina (non in regola), la medesima base elettorale che lo ha votato praticamente un anno fa, per farsi rieleggere. La cosa semplicemente assurda è la follia di un segretario che non si è mai dimesso e che verrebbe così “rieletto” dalla stessa identica platea che lo aveva eletto un anno fa. Un’assurdità prima che un’aberrazione. Una procedura illegittima ed illegale prima che priva di senso. Ma se fino a qui siamo nell’ordine delle cose folli, alle quali ci vorrebbe sottoporre questa classe dirigente, la vera ignominia che richiamo nel titolo di questo post è avvenuta in coda, alla fine della Direzione. Io ho fatto un primo intervento intorno alle 19, dopo la relazione del Coordinatore, nel quale ho posto questioni di ordine regolamentare e di ordine politico. Si è svolto poi un lungo dibattito, nel quale, tra gli altri, è intervenuto anche il Segretario regionale: a metà di quest’ultimo intervento ha ripreso la parola il Coordinatore cittadino che, nel riassumere le diverse posizioni che intendeva portare al vaglio degli organi nazionali, tralasciava di menzionare quella che io avevo fatto, e cioè che prima di qualunque cosa fosse necessario ripristinare la legittimità dell’assemblea cittadina attraverso lo svolgimento delle primarie per l’elezione dei membri che devono integrarla. A quel punto mi sono rivolto alla presidenza per iscrivermi a parlare in coda agli interventi restanti, per lasciare agli atti che vi era anche questa mia proposta, la quale, come le altre, avrebbe dovuto essere sottoposta al vaglio degli organi nazionali. La mia iscrizione a parlare è stata accettata dalla Presidenza, che non ha mai dichiarato chiusa la possibilità di iscriversi a parlare; alle 22.15, concluso l’ultimo intervento, mi accingevo a prendere la parola quando il Coordinatore del partito “democratico” di Roma si è impossessato del microfono e mi ha impedito fisicamente di parlare, sotto gli occhi di tutta la presidenza compreso il Segretario regionale. Ho iniziato ad urlare che questo non si poteva fare, che non mi si poteva impedire di parlare. Ho urlato questa frase per 5 minuti di fila (“non puoi non farmi parlare”), ma con protervia il Coordinatore cittadino ha chiuso l’Assemblea senza che io potessi svolgere il mio intervento. Questo ad oggi è il Partito “democratico” di Roma. Nella mia storia politica, che ormai non è più breve, sono stato spesso in minoranza ed ho condotto le mie battaglie fino in fondo, perché sono intimamente convinto che, finché c’è rispetto delle regole, è doveroso per tutti combattere, anche strenuamente, ma poi accettare le scelte della maggioranza. Quando le regole vengono violate, però, quando si ha una considerazione tale dell’opinione altrui da impedire la libera espressione del pensiero, le cose si complicano e le scelte diventano irreversibili. Quanto accaduto nella direzione romana è di una gravità inaudita, tale da imporre delle scelte nette e decise. Le mie le comunicherò all’assemblea autoconvocata di lunedì al Teatro Due di via Due Macelli. P.S. Qualcuno ha potuto riprendere con il telefonino una parte di quello che è avvenuto alla fine dell’assemblea romana, io che gridavo che non mi si poteva impedire di parlare e il Coordinatore che me lo impediva. E’ una ripresa un po’ confusa e uno spettacolo poco edificante, ma credo che sia doveroso pubblicarlo per far capire come funziona il Partito “democratico” a Roma


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