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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Ogni promessa è debito


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Roma, 22-01-2008

Per parlare della giornata di oggi non posso non fare riferimento alla coda di quella di ieri. Ieri sera ho fatto un’ulteriore riunione con i ragazzi ed amici del “pulmino democratico” per mettere a punto gli ultimi dettagli della nostra iniziativa di sabato e che venerdì prossimo presenterò su questo blog. Abbiamo finito alle 21.00 e quindi non avevo proprio contezza, in tutti i dettagli, di quel che stava accadendo. Tornato a casa mi sono fatto un’ amatriciana e, mal me ne incolse, ho fatto quello che non facevo da parecchio tempo: ho visto “Porta a Porta”. L’ho trovata davvero avvilente e sgradevole e, una volta di più, il comportamento del suo conduttore si prestava a giudizi che per misura evito di esprimere in questo post. Ma se qualcuno è interessato può andare a consultare quelli espressi in post precedenti: confermo tutto e non aggiungo altro per carità di patria.

Alle 8.30, lasciata la moto al parcheggio, mi sono recato come ogni mattina all’entrata del Palazzo in via della Missione ed ho fatto fatica ad entrare per la coda di fotografi e cameraman che attendevano il passi per assistere alla seduta di oggi. Vado come sempre alla buvette per il caffè ed ho la prima conferma che vi era qualcosa di diverso, non era una giornata come le altre. I programmi erano cambiati, Prodi non avrebbe più parlato alle 9 come in programma, ed era stata convocata una conferenza dei Capigruppo straordinaria. Dalle 9 la sensazione che vi fosse qualcosa di particolare era ormai una realtà….. piano piano il Transatlantico si riempiva di deputati che a quell’ora raramente si incontrano così numerosi, ma soprattutto cominciavano ad apparire e “navigare” Ministri, Viceministri, Sottosegretari, leader di maggioranza e di opposizione, giornalisti parlamentari, firme e conduttori di punta di quotidiani e televisioni. Tutti, ripeto tutti, intenti a parlare delle possibili ed innumerevoli opzioni a seguito della crisi aperta da Mastella, ma anche tutti in attesa di sapere che cosa avrebbe detto e soprattutto fatto Prodi. Nessuno era in grado di prevedere davvero e fino in fondo le sue decisioni.

Dalla conferenza dei Capigruppo arriva la notizia che Prodi parlerà alle 11.30. Inizia a circolare qualche indiscrezione sulla possibile strategia del Presidente del Consiglio ed intanto il Transatlantico continua a riempirsi al punto che diventa davvero complicato muoversi o addirittura individuare qualcuno che si cerca. Arriva l’ora “x”. I banchi del Governo sono pieni in ogni parte, non riescono a contenere tutti i Ministri, i Viceministri e i Sottosegretari. I banchi della maggioranza idem, vi siedono anche i rispettivi leader; quelli dell’opposizione un po’ meno. Non ci sono Berlusconi e Veltroni. Il primo non c’è mai anche se in questo caso vi sono seri motivi personali, il secondo non ci può stare perché non è deputato. Nessuno sa cosa può dire Prodi, che comincia piano spiegando che prima di tutto non vuole rinunciare a dire due parole sul tema per il quale sarebbe dovuto venire in Aula questa mattina: la giustizia. Dice cose a mio avviso molto giuste che non sfuggono alla evidenza di una crisi reale che c’è nei rapporti tra politica e giustizia, individuandone con equilibrio le responsabilità precise, ma soprattutto indicando la strada maestra dei ruoli e delle funzioni sancite dalla nostra Costituzione. Poi il discorso si sposta sulle comunicazioni in merito alla situazione in corso, e qui ho molto apprezzato il passaggio nel quale Prodi ha rivendicato al Parlamento il suo ruolo, il compito di decidere sulla sorte dei governi rifiutando che questo possa accadere sulle agenzie di stampa o nelle trasmissioni televisive. Davvero un bel passaggio, che scatena il primo vero applauso da parte della maggioranza.

L’opposizione comincia a rumoreggiare e quando Prodi comincia a sciorinare tutti i risultati ottenuti dal governo e quanto grave sarebbe non portare a termine gli impegni assunti dagli elettori l’opposizione si agita ma appare quasi annichilita dalla crescente determinazione contenuta nelle parole del Presidente, in un combinato disposto con gli applausi che crescono in numero ed in intensità fino a quello finale, corale di tutta la maggioranza e davvero prolungato. Ma, se possibile, il passaggio che più mi è piaciuto, per il quale ho applaudito con enfasi, è quello che riguarda la moralità sugli impegni assunti e sottoscritti con gli elettori. Lo riporto qui di seguito perché credo che sia davvero di valore: “Ho assunto l’interim del Ministero della giustizia e, come già ho ripetuto, il Governo condivide la relazione dell’ex Ministro Mastella. Se poi entrano in discussione in modo opaco preoccupazioni di riforma elettorale o di altro genere, è bene che tutto ciò venga alla luce in questa sede, nelle aule parlamentari, perché esse sono il luogo fondamentale della democrazia. Questo è un Governo che è nato su un patto di legislatura, sottoscritto da tutti i partiti dell’Unione il 20 giugno 2005, che si era ripromesso - cito testualmente - ‘un’alleanza destinata a durare per l’intero arco della legislatura’ Questo è un Governo che è nato sulla base di un programma elettorale firmato e condiviso da tutti i partiti dell’Unione l’11 febbraio 2006, e che ha avuto il mandato di guidare il Paese per cinque anni dopo una vittoria elettorale tanto difficile quanto attesa dalla maggioranza degli italiani”.

Quando Prodi finisce di parlare, dai banchi della maggioranza parte un fragoroso applauso che è durato alcuni minuti e che per la prima volta era così forte da rendere poco comprensibile l’urlo che proveniva dai banchi dell’opposizione: “ELEZIONI, ELEZIONI”. Bertinotti sospende la seduta, convoca la Conferenza dei Capigruppo che decide i tempi del dibattito e del voto sulla fiducia. Si partirà domani alle 15 con i gruppi più piccoli e si finirà con i più grandi. Alle 17 si voterà la fiducia. Anche se l’Udeur ha presentato una mozione che propone di non approvare le dichiarazione di Prodi, qui alla Camera è molto probabile che passi quella della maggioranza che conferma la fiducia al Governo. La palla poi dovrebbe passare al Senato dove Prodi dovrebbe andare al voto di fiducia giovedì. Il condizionale è d’obbligo perché, come ovvio, molto dipenderà anche dalle decisioni che assumerà il Presidente della Repubblica che comunque domani parlerà in Aula, alla Camera, per l’anniversario dei 60 anni della Costituzione.

Questa è la cronaca; ora qualcuno forse potrebbe voler sapere la mia opinione. La sintetizzo in un solo concetto. Chi esce dalla maggioranza non perché si sia violato il patto con gli elettori ma per motivi davvero difficili da comprendere si assume la responsabilità più grande e più grave che si compie in politica: quella di tradire i propri elettori. Questo sì è il segno di una degenerazione insopportabile ed alla quale si può rispondere solo contrapponendo rigore e serietà. Rigore e serietà ci impongono di dire che se davvero si vuole cambiare il sistema logoro e dannoso per il Paese di una politica fatta di piccoli ricatti e di insopportabili, e spesso personalistiche, contrapposizioni occorre assumere decisioni coraggiose che forse non sono destinate a premiare una parte ma che cominciano a dare una chiara indicazione della strada che davvero occorre prendere per interpretare e rispettare quella richiesta di netto cambiamento che proviene da tanta gente stufa di questo modo di agire della classe politica.

Il Partito Democratico deve andare da solo alle elezioni perché deve rappresentare nei contenuti, ma anche nei comportamenti, un evidente e convinto salto di qualità e punto di discontinuità rispetto a questa politica. Noi siamo nati per essere altro e abbiamo il dovere nei confronti dei milioni che hanno partecipato alle primarie di andare avanti marcando questa diversità. Lo scenario più probabile delle prossime settimane è che alle elezioni loro, il centrodestra, anche a sentire le dichiarazioni di Fini, rappresenteranno, rifacendo un’accozzaglia di tutto ed il contrario di tutto, dalla Lega a Storace, il vecchio. Il vecchio più vecchio del vecchio; e noi, non so con quale risultato elettorale (spero che gli elettori ci capiranno), rappresenteremo l’unica vera alternativa di cui il paese ha davvero bisogno: il nuovo. Nuovo “conio”, nuovi contenuti, nuovi metodi e, soprattutto, nuova moralità.


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