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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Non parliamo di Grillo ma dei grilli parlanti


Foto articolo
Roma, 11-09-2007
Fonte: Europa Quotidiano

Il successo di popolo del V-day di Beppe Grillo di sabato scorso, per la grande partecipazione e la presenza quasi capillare su tutto il territorio nazionale, mi sollecita alcune riflessioni e mi dà l’occasione per tornare su un tema che considero importante soprattutto nella prospettiva futura del partito democratico. Mi corre l’obbligo però di fare una premessa che ritengo indispensabile ai fini della chiarezza del discorso: non ho particolari simpatie per il comico Beppe Grillo, ma questa rientra nella sfera dei gusti personali. Piuttosto provo una frequente sensazione di intolleranza e di fastidio tutte le volte che mi trovo di fronte argomentazioni intrise di populismo e tradotte nel linguaggio della demagogia, due tratti che a mio parere contraddistinguono da sempre il pensiero di Grillo. In più credo di poter dire senza problemi che non condivido pressochè nulla delle opinioni aspiranti ad essere verità assolute che l’attore quotidianamente sottopone ai lettori del suo blog: dall’indulto all’alta velocità, fino alla demonizzazione tout court dell’intera classe politica del nostro paese.

Tutto questo per spiegare che la mia riflessione non nasce né si concentra sull’ idea che ho di Beppe Grillo rispetto a ciò che dice o fa, ma emerge semplicemente dalla fotografia di una realtà che è sotto i nostri occhi e che sarebbe oltremodo ridicolo ignorare o persino negare. Mi riferisco alle migliaia di persone che, sollecitate o meno poco importa, hanno liberamente scelto da Aosta a Catania di uscire di casa per andare a manifestare (sottoscrivendo le proposte lanciate da Grillo in merito ad alcune regole da introdurre nella composizione del parlamento) un evidente disagio e una chiarissima forma di protesta nei confronti di una classe politica ritenuta inadeguata, ormai percepita esclusivamente come una casta depositaria di privilegi insopportabili a destra come a sinistra, senza distinzioni. Un gruppo dirigente che sembra aver abdicato alla funzione di guida e di rappresentanza che gli sono propri nel momento in cui scava un solco tra sé e i cittadini perché non più in grado di ascoltarli, di recepirne i bisogni e di tradurre il suo operato in una ricerca di soluzioni certe e chiare per tutti. Quello che voglio dire è che chi polemizza con Grillo, accusandolo di aver compiuto il passo decisivo per entrare lui in politica – quasi fosse questa la nota decisiva del V day – fa come quello che si sofferma sul dito mentre l’altro gli dice di guardare la luna.

Chi taccia il successo dei banchetti e delle iniziative parallele di sabato in tutta Italia come il trionfo dell’antipolitica, se agisce in buona fede, non ha purtroppo colto la sostanza che dà significato a quell’evento. Se decine di migliaia di persone, di tutte le età ed in particolare con una forte presenza di giovani, decidono di darsi un appuntamento in piazza, di uscire a mettere una firma contro una prassi che considerano moralmente intollerabile, e lanciano cosi un segnale di spinta per un cambiamento nella speranza che qualcuno lo raccolga, vuol dire che in loro non c’è rassegnazione, non c’è autoesclusione dalla dimensione pubblica. Quello che si tocca con mano, al contrario, è proprio una reale volontà di partecipazione che coincide non con il rifiuto della politica in assoluto, ma con una critica anche esasperata a questa politica, a queste forme di sordità e di immobilismo rispetto ad una società che cambia continuamente, a questo sistema che non è più capace o ha rinunciato al suo ruolo di servizio. Per parte mia, dunque, io non sono affatto stupito della buona riuscita dell’iniziativa di Grillo, perché molto umilmente, attraverso il pulmino del Pd con cui nei mesi scorsi sono andato in giro nel cuore del territorio, posso dire di sapere meglio di prima di cosa parlano gli italiani nei bar, negli uffici, nelle piazze e nei mercati, e mi sono fatto un’idea molto più chiara dello stato di salute di questo paese e delle relative richieste che - basta dare uno sguardo ai video sul mio blog - non sono poi così diverse a Bolzano rispetto ad Ancona piuttosto che a Messina. Sono sempre stato convinto che in politica il primo dovere è conoscere, ascoltare, comprendere ed assimilare i bisogni dei cittadini che si è chiamati a rappresentare, perché è punto di partenza imprescindibile per qualunque possibile soluzione.

E’ molto più difficile sbagliare una cura conoscendo bene la malattia piuttosto che dare una medicina generica che o fornisce una terapia palliativa oppure lascia che l’inerzia e il trascorrere del tempo portino ad una degenerazione definitiva del problema. Ebbene le persone che ho incontrato, cosi come quelle che hanno reso possibile il V day, possiedono una coscienza politica, altrochè, e chiedono a gran voce un cambiamento che deve essere raccolto in particolare da chi crede che l’apertura verso nuove forme di partecipazione diretta dei cittadini sia un elemento indispensabile anche per ridurne la distanza con le istituzioni, in primis dal partito democratico. Il pd ha tutte le potenzialità per riuscire in questo, e lo ha dimostrato ad esempio con la storica decisione di aprire a tutti la scelta del suo futuro leader. Ma può cogliere nel segno solo se questa sarà un’operazione vera, trasparente, nella quale mettere in conto tutti i rischi che comporta la necessità di dare risposte nuove che coinvolgano davvero gli elettori. Concludo con una piccola constatazione. Non mi sembra purtroppo che ciò che sta accadendo anche in queste ore con la questione dei metodi di scelta dei segretari regionali, tanto per fare un esempio, testimoni la volontà di andare nella direzione auspicata se è vero come è vero che una tale riproposizione di vecchie logiche spartitorie e autogestite all’interno dei palazzi nega all’origine la funzione e i contenuti di democrazia che abbiamo scelto, anche nel nome, per il nostro nuovo partito.


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