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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Dove ha concepito il quarto figlio Tony Blair?


Roma, 11-05-2007
Fonte: Il Foglio


Qui di seguito vi posto una deliziosa “autointervista” del Senatore Polito a proposito dell’addio di Tony Blair. Io l’ho trovata davvero divertente, originale e, cosa non consueta soprattutto di recente, piena di utili spunti anche in relazione alla vita politica del nostro Paese.


 


Ho chiesto al direttore del Foglio se potevo scrivere sull’uscita di scena di Tony Blair per fatto personale. Perché in qualche modo, e nel mio piccolo, anch’io esco di scena oggi. Con Blair si esaurisce la mia riserva di ossigeno professionale. Per dieci anni non ho fatto altro, in forme varie, che scrivere di Blair, chiosare Blair, scimmiottare Blair. Il direttore, il cui giornalismo per fortuna non contempla il pudore dell’ego, e che pure lui qualche passioncella politica ce l’ha avuta, mi ha graziosamente concesso la prima persona. La uso dunque per rivolgermi le domande che più mi sono sentito fare in questi dieci anni da esegeta, e per rispondermi. E’ il mio passo d’addio di blairiano.


 


Senatore Polito, questa fine di regime così dimessa e quasi dolorosa non le ha stimolato qualche pentimento? Insomma, non avrà esagerato nell’ammirazione per Blair?

Neanche un po’. Blair è stato un astro della politica europea e mondiale, e resterà nei libri di storia. Viene dopo Churchill e Thatcher e alla pari con Attlee, ma arrivare terzo ex aequo in Gran Bretagna è come arrivare primo in Italia.


 


Vabbè, ma l’Iraq è stato un disastro.


Up to a point, direbbero gli inglesi. Intanto continuo a considerare la defenestrazione di Saddam un progresso per l’umanità. Continuo a credere che tra dieci anni il popolo iracheno può essere più libero e più ricco di dieci anni fa. E continuo a pensare che i willing hanno sbagliato il dopoguerra, non la guerra. Se dovessi dirlo in uno slogan, non si possono imputare a Blair le colpe di Rumsfeld.


 


Però di certo è stato il “cagnolino di Bush”…


Se la si mette così, è stato anche il cagnolino di Clinton, ma di questo nessuno lo accusa. Voglio dire che la guerra a Saddam era già scritta come un destino nella sua storia personale e politica. Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma Blair era già stato il più grande avvocato della guerra a Milošević per difendere i musulmani del Kosovo dalla pulizia etnica serba. A quei tempi trascinò prima Clinton e poi l’Europa a bombardare Belgrado, e quando sembrava che le bombe non bastassero, voleva l’attacco di terra. Blair aveva già esposto in un discorso negli Stati Uniti una vera e propria dottrina dell’interventismo liberale, secondo la quale in certe circostanze e a certe condizioni la comunità internazionale ha il diritto di violare la sovranità nazionale per difendere i popoli dai loro stessi sovrani. Questa politica fu molto criticata dalla destra sovranista un po’ ovunque nel mondo, ma alla sinistra moderna piaceva, a Fischer e a D’Alema piaceva, tant’è che combatterono in Serbia. Non voglio dire che Kosovo e Iraq sono la stessa cosa, so bene che così non è. Voglio solo dire che Blair sarebbe stato pronto alla guerra dell’Iraq anche se non ci fosse stato Bush alla Casa Bianca. Più dell’immagine del , a me pare meglio calzante la metafora coniata da Mandela, che una volta definì Blair . Ecco, l’ambizione di Blair è stata forse troppo grande, non troppo piccola; perché poi Bush non gliel’ha lasciato fare il ministro degli esteri.


 


Quand’è che s’è innamorato di Blair?


Fu un amore a prima vista. All’alba del primo settembre 1997 stavo per prendere il mio primo aereo per Londra, dove mi trasferivo come corrispondente della Repubblica. La radio annunciò la morte di Diana e il discorso di Blair, quello con la celebra frase sulla . Nella settimana successiva, tra peluche e mazzolini di fiori, ho visto come può cominciare una rivoluzione. L’impressionante potere dell’opinione pubblica in una società aperta e mediatica. Il popolo che si fa sovrano e si ribella al sovrano. E un giovanotto appena diventato primo ministro che, imbeccato da quel Richelieu della stampa che era Alastair Campbell, cavalcava il popolo come un surfista le onde, e guidava la famiglia reale tra i marosi di una società che non riconosceva più e non la riconosceva più. Non è esagerato dire che Blair salvò la monarchia, probabilmente dispiacendo la moglie fieramente repubblicana, e conquistò gli inglesi. Fu una sorprendente manifestazione di moderno populismo, molto pop e molto cool. Mi sembrò di capire allora che Blair, più che inseguire i media, avesse la capacità di essere egli stesso il medium del suo popolo. Più luciferino, insomma, di come è descritto nel film , ma sicuramente straordinario.


 


Che cosa può insegnare a un italiano il decennio blairiano?


Posso dire che cosa ha insegnato a me. Mi ha insegnato il valore sociale della ricerca del successo personale. L’ansia di rischiare in proprio, di non accontentarsi della carriera ma di farsene una nuova. L’idea che l’individualismo non è sinonimo di egoismo. Giravo a Downing Street, per le banche d’affari, tra gli analisti della City, nelle redazioni dei giornali, e vedevo ai desk solo ragazzi di trent’anni la cui vera aspirazione non era mettersi in fila in attesa che il capo andasse in pensione, ma diventare al più presto imprenditori di se stessi. C’era la bolla delle dot.com, e il sogno di tutti era diventare self-employed, inventarsi un business. Dal fisco al credito, tutti ti davano una mano. E la sera a tavola, da questo si giudicava il valore di un conoscente. Il segreto del dinamismo economico di quel paese, che in dieci anni ha superato il pil pro capite di Francia e Germania, è tutto lì: ha liberato le ambizioni individuali facendone un’arma del successo collettivo.


 


Che cosa non può insegnare a un italiano il decennio blairiano?


L’esercizio della leadership. Il nostro sistema politico e istituzionale non la consente nei termini britannici. I costituzionalisti dicono che in Gran Bretagna c’è una dittatura elettiva, ed è vero. Il primo ministro ha più potere di quanto non ne abbia il presidente degli Stati Uniti. Non può subire un impeachment, e nemmeno un’inchiesta parlamentare se non la dispone lui. E’ il padrone della sua maggioranza, e l’uninominale gliene consegna di solito una enorme. I cosiddetti poteri intermedi non esistono. Nessuno conosce il nome del presidente della Confindustria inglese, anche perché lì non c’è un presidente ma solo un direttore. E per quanto riguarda i sindacati, la concertazione è una bestemmia dai tempi della Thatcher. Voglio dire che è inutile sognare un Blair italiano, con la Costituzione reale e materiale italiana.


 


Ma se ha avuto tutti questi successi, perché Blair è costretto alle dimissioni?


Perché è finita. Perché dieci anni sono un’eternità. Perché la storia va avanti. Perché il ricambio al potere è l’essenza stessa della democrazia. Perché non si può essere uomini per tutte le stagioni. E perché l’Iraq è andata come è andata.


 


Blair è davvero religioso?


Più di quanto si sappia. E’ un vero teo-lab. Ha cominciato a far politica con l’equivalente inglese dei Cristiano Sociali. Per lui il fine ultimo dell’azione di governo è costruire la nuova Gerusalemme. E’ affascinato dal Corano e dalle Upanisad. Secondo me, ora che è libero dagli obblighi anglicani di primo ministro, potrebbe perfino convertirsi a Santa Romana Chiesa, raggiungendo la moglie e i figli tutti cattolici.


 


Il ricordo più divertente che ha di Blair?


A Firenze, al meeting della Terza Via. Lo intervistavo all’indomani dell’annuncio che la moglie ultraquarantenne aspettava il quarto figlio. Siccome la stampa inglese s’interrogava su dove fosse stato concepito, e insinuava che della magìa d’amore fosse stata pronuba la vacanza d’agosto in Toscana, gli chiesi se stava per avere un figlio : in pratica dove avevano scopato. E lui, arrossendo, me lo disse: a Balmoral, durante il tradizionale soggiorno di settembre nel castello scozzese della regina. Mi è sempre rimasto il dubbio che abbia mentito, per ragioni patriottiche e per i tabloid.


 


Gordon Brown vale Tony Blair?


Brown si mangia le unghie. Questo secondo me è un problema. Lui ha un grande cervello e una grande capacità di lavoro, entrambi superiori a Blair. Tutte le politiche economiche, macro e micro, che hanno fatto di questo decennio il migliore della storia inglese del dopoguerra, nascono dalla sua testa, e dallo studio del boom clintoniano. Però si mangia le unghie. Voglio dire che fare il Cancelliere dello Scacchiere è un conto, hai tre o quattro grandi decisioni all’anno da prendere, sai quando devi prenderle, hai tempo per studiare, consultarti, meditare. Ma quando fai il primo ministro, muore Diana e devi reagire in cinque minuti, saltano le Twin Towers e devi decidere in un giorno. E’ diverso. Non so se Brown ha questo carisma da leader. Di certo non è un medium. In più, come è noto, è scozzese, e questo davvero non aiuta nell’Inghilterra di oggi, con i secessionisti scozzesi che vincono le elezioni.


 


Era meglio il giovane Miliband, come successore?


No. David è stato il primo laburista che ho conosciuto a Londra. Mi introdusse a lui Michele Salvati, caro amico di Miliband padre, un serio studioso marxista. Allora David era il giovanissimo capo della Policy Unit di Downing Street, un gruppo di nove teste d’uovo trentenni che scrivevano le politiche per il primo ministro. Lo stimo e gli voglio bene. Ma è ancora un intellettuale prestato alla politica. Non è ancora sexy. Ma può essere che Brown lo metta in un posto chiave del suo governo, anche per ripagarlo del fatto che non ha accettato di correre contro di lui a nome dei blairiani. Dal Foreign Office, per esempio, potrebbe davvero costruirsi un profilo da leader.


 


Insieme a Blair usciranno di scena anche i laburisti? Vincerà Cameron le prossime elezioni?


E’ possibile, e già questa è una novità assoluta. Per tredici anni, da quel 1994 in cui Blair diventò il capo dell’opposizione laburista, la vittoria dei Tory non è mai stata possibile. Semplicemente, non erano . Licenziata la figlia del droghiere, erano tornati a essere un gruppo di gentleman da club, stiff upper lip, roba da museo nel paese di Lady D. Ora sono di nuovo electable. Cameron è davvero una faccia nuova, ed è davvero un potenziale leader. I miei amici di Londra dicono che il Cameron di oggi è meglio del Blair del ’94. Tra l’altro, anche a causa dello scandalo dei Lord a pagamento, pare si sia chiuso il rubinetto dei finanziamenti al Labour. Però anche il pallido Major riuscì a resistere per un’elezione dopo la Thatcher. Non è detto che non ce la faccia anche Brown.


 


Qual è la riga della biografia di Blair che più apprezza?


Appena diventato leader, nel 1994, aderì al gruppo dei Labour Friends of Israel.


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