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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Calcio e violenza: retorica ipocrita


Roma, 03-02-2007

Qui da noi bisogna sempre aspettare il morto per decidersi che è ora di dire basta e di cambiare le cose. In Italia ci si occupa delle cose solo ex post, siamo restii ad applicare il concetto di repressione ma per contro, mi si consenta, non abbiamo dalla nostra nessun tipo di cultura della prevenzione. Scusatemi ma non riesco a farmi coinvolgere dalla retorica di queste ore di fronte a quanto accaduto ieri sera dentro e fuori lo stadio di Catania. E’ come se il poliziotto ucciso dalla bomba carta fosse l’unica vittima di una violenza senza colori che non da oggi deturpa le domeniche di tanti appassionati di questo sport, eppure, purtroppo, non lo è. Altri ce ne sono stati e altri, continuando su questa china, ce ne saranno, né credo sia onesto fare inutili distinguo se la delinquenza scelga come obiettivo un rappresentante delle forze dell’ordine, o un dirigente che fa da paciere durante una rissa, o un qualunque anonimo tifoso che paga il biglietto solo per vedere una partita di pallone. La scelta del commissario Pancalli di interrompere campionati e nazionale a tempo indeterminato è il minimo, sottolineo il minimo, di quello che si poteva fare e non certo oggi, ma vale esclusivamente come segnale forte che il mondo del calcio deve saper dare di fronte ad uno stato di cose che rende incivile la convivenza e di conseguenza l’immagine di questo sport nel nostro paese. Osservo che adesso si torna a parlare di modello inglese, si sentenzia che questa volta lo show deve fermarsi finchè non saranno adottate misure drastiche, si constata che le soluzioni apportate dal decreto Pisanu si sono mostrate inefficaci rispetto all’obiettivo di rendere più sicuri gli stadi italiani. Cari amici, io di fronte a questo esercizio di retorica vuota ed indegna soprattutto della memoria di quell’ispettore di polizia morto senza un perché, non posso fare a meno di sottrarmi. Sapete quanti sono in Italia gli stadi risultati in regola con le norme del decreto Pisanu? Solo tre: l’Olimpico di Roma, San Siro e l’Olimpico di Torino. Per tutti gli altri proroghe su proroghe e deroghe dei prefetti. Di cosa stiamo parlando? In questo quadro ci si può stupire se poi le cose restano esattamente com’erano prima? Con quali credenziali, organizzative e di certezza delle regole, possiamo presentarci a chiedere di ospitare gli europei del 2012? Il punto vero è che le norme esistono ma non vengono applicate, abbiamo inasprito le pene per chi compie atti violenti dentro e fuori lo stadio e ci ritroviamo a fare i conti con attestati di solidarietà agli ultras finiti in galera, che non vengono solo dalle radio locali o da gruppi trasversali di tifo organizzato ma talvolta persino da rappresentanti politici. E poi ci lamentiamo perché se gli inglesi hanno di fatto azzerato gli hooligans noi non siamo in grado di fare altrettanto. No, la verità è che noi non lo vogliamo fare. Non abbiamo ancora capito nemmeno come prepararci per una partita “ad alto rischio”. Mandiamo allo sbaraglio agenti di polizia inadeguati in stadi pericolosi senza vie di fuga, facciamo sì che i tifosi ospiti entrino alla fine del primo tempo di gioco e chi frequenta abitualmente lo stadio sa bene quali dinamiche metta in circolo nella testa di un teppista una simile decisione. Si dirà che è una necessità in mancanza di raccordo tra i soggetti o scarsezza di personale di polizia, ed invece è un’aggravante ulteriore. Se ieri non fosse morto nessun agente, ma in ogni caso il livello della violenza fosse stato lo stesso a cui abbiamo assistito, comunque si sarebbe trattato dell’ ennesima riprova di un sistema che fa acqua da tutte le parti, in cui la colpa è veramente di tutti. Di uno stato che non fa applicare le Sue regole, di un irragionevole buonismo che rende lo stadio un porto franco, in cui se tiri un sasso ad un agente ti prendi una semplice diffida, di un sistema calcio che si aggrappa alla vittoria di un mondiale per mascherare i propri scandali e, panem et circenses, offrirsi identico ad un’opinione pubblica inizialmente giustizialista e poi sempre più propensa a perdonismi e riabilitazioni.


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