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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Riforma Tv e privilegi


Roma, 30-01-2007

Le polemiche politiche e le dichiarazioni del presidente dell’Antitrust Catricalà in merito ad alcuni aspetti del ddl Gentiloni sulla riforma della tv dimostrano quanto sia complicato nel nostro paese operare in un’ottica genuinamente liberale, garantendo al mercato l’indispensabile principio di concorrenza che gli è proprio, senza che qualcuno possa sostenere di venire deliberatamente penalizzato. Francamente, pur avendone letto abbastanza in questi giorni, non riesco ancora a trovare una giustificazione plausibile alla sortita del garante, in base alla quale la scelta di abbassare al 45% la soglia delle risorse pubblicitarie di ciascun soggetto è da respingere perché, a suo avviso, tale tetto coinciderebbe sic et simpliciter col fatturato di un’azienda, e per questo non dovrebbe di per sé divenire oggetto di limitazione alcuna. Ora, al di là della opinabilità di tale assunto – la Presidenza del Consiglio ieri lo ha definito assolutamente falso – ciò che ho trovato davvero singolare è che una simile dichiarazione provenga da chi dovrebbe vigilare affinchè un regime concorrenziale non resti congelato dalla presenza di eventuali monopoli o duopoli (è il caso italiano), in cui un soggetto assume posizioni dominanti che in sé rappresentano la negazione di quella sana e paritaria competizione che proprio Catricalà è chiamato a garantire. L’uscita di Berlusconi del giorno prima, quella in cui il ddl veniva definito criminale, in fondo potevamo aspettarcela. E’ al solito la posizione di chi finora, anche grazie ad una serie di norme fatte approvare nella scorsa legislatura, ha continuato a beneficiare degli introiti derivanti da una raccolta pubblicitaria senza regole che ha consentito alla sua azienda di restare l’unico competitor commerciale in gara con la televisione pubblica, scavalcando direttive comunitarie precise con leggi ad hoc per impedire a soggetti terzi di partecipare al mercato. Al fatto che il ddl Gentiloni si ponga come obiettivo proprio quello di restituire competitività e concorrenza tra i soggetti, che punti ad allargare gli spazi e a sanare un vulnus impensabile in qualunque altro paese democratico europeo e non, si risponde con le alzate di scudi in nome di una presunta libertà violata, tipico riflesso di chi si sente attaccato in quei privilegi granitici che tempo e assenza di regole hanno contribuito a cristallizzare. Se ci pensiamo accade sempre così. Quando c’è chi finalmente pensa di mettere un po’ d’ordine e ritiene indispensabile garantire maggiori opportunità, fissando sacrosanti paletti perchè tutti possano godere di pari condizioni e non si creino nuclei o lobbyes di incontrastato potere, ecco che coloro che hanno vissuto di tali logiche corporative e che di quella posizione dominante hanno sin qui beneficiato, subito gridano all’attentato alla libertà. Ma tale singolare “libertà al contrario” non risponde ad una visione plurale del mercato, in cui il principio democratico si traduce nella possibilità per tutti di accedervi e di potervi operare, ma piuttosto coincide con la libertà di chi finora ha fatto come voleva, senza paletti e senza ostacoli, di continuare a farlo ancora. Dunque di fronte ad un provvedimento così equilibrato, al punto che persino all’interno della maggioranza c’è chi vorrebbe ulteriormente abbassare la soglia delle risorse pubblicitarie consentite, questa invincibile armata che riparte all’assalto contro una proposta seria, moderna, europea, democratica, pluralista e liberale onestamente fa quasi sorridere. Io suggerisco al ministro Gentiloni, ma non credo ne abbia bisogno, di continuare su questa strada, perché l’esigenza di ripristinare un sistema credibile riformando il mercato televisivo in tutti i suoi aspetti non solo è reale ma è anche quasi necessaria, se crediamo che l’apertura ad altri soggetti dia, la possibilità di un’offerta del prodotto quantitativamente, e forse anche qualitativamente, meno statica ma più ampia e diversificata.


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