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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Quando si dice investire in cultura


Roma, 16-01-2007

Che il nostro paese sia afflitto da una sindrome gerontocratica e “reazionaria” in molti settori della società è un fatto ormai noto e riconoscibile un po’ ovunque. Dalla politica all’economia lo spirito di conservazione, l’attaccamento a privilegi acquisiti nel tempo, al di là di ogni proclama, sono divenuti ormai il comune denominatore di un’Italia ferma che, proprio in ragione di tali vizi atavici, fa un’immensa fatica a cambiare lo stato delle cose. Ma quando questi elementi li ritroviamo anche nel vasto mondo della cultura allora la situazione assume una piega ancora più grigia e poco incoraggiante. Sono di oggi due bei pezzi, rispettivamente su Repubblica e Corriere, che in poche righe descrivono la scarsa attenzione, il lassismo e la miopia con cui in Italia si guarda a molti prodotti culturali innovativi e diversificati per obiettivi e contenuti. In questi giorni in Olanda un festival aperto a tutte le band europee viene dedicato al nostro paese, con circa una ventina di gruppi presenti. La bellezza dell’evento sta tutta nella interazione tra realtà musicali diverse, in un unico piccolo luogo in cui è possibile ascoltare note provenienti dalla Francia, dalla Grecia, dall’Inghilterra, ed appunto dall’Italia, scoprendo così un mucchio di nuove sigle sconosciute, attraverso il confronto di identità ed opinioni, la mescolanza di sonorità e stili completamente differenti, lo scambio di idee per avviare, chussà, futuri progetti di collaborazione. E’ un’iniziativa che dimostra come al di là delle Alpi la musica goda di una considerazione che trascende le logiche di mercato, e si fonda invece sulla consapevolezza di un bene che, in quanto tale, ha continuamente bisogno di venire alimentato e promosso in primo luogo dalle istituzioni, perché esso sia accessibile e condiviso da tutti in quanto forma d’arte prima ancora che prodotto spendibile e funzionale al mercato. Analogamente, se prendiamo il mondo del teatro, la situazione non cambia. Spettacoli qui ignorati o poco valorizzati vengono invece apprezzati all’estero ed i festival internazionali fanno a gara per averli. La nostra tradizione teatrale, nella sua assoluta grandezza, diventa il limite alla sperimentazione, si trasforma nell’alibi per scongiurare qualunque tipo di investimento su opere coraggiose ed innovative. In buona sostanza la parola che meglio descrive entrambe le situazioni di cui sopra è la mancanza di rischio, quella predilezione tutta italiana nell’”accontentarsi” del vecchio in quanto sicuro e riparatore di eventuali insuccessi di sorta, senza capire che il nostro potenziale, al di là delle glorie del passato è enorme, e che attraverso la creatività che ci è propria è possibile arricchire quella tradizione, percorrerla all’inizio per poi trasformarla in qualcosa di nuovo, facendo i conti anche con gli spunti e le suggestioni che la realtà contemporanea ci fornisce. D’altra parte il linguaggio dell’arte è universale, lo sono il cinema, la musica e il teatro. Non so cosa ne pensiate voi ma quando si dice “investire in cultura” mi piacerebbe che si aggiungesse una chiosa del tipo “soprattutto laddove essa innova, cambia, mostra coraggio ed inventiva, apre prospettive che partendo da lontano guardano all’oggi e si proiettano nel futuro”. Ecco perché mi fa piacere che in concorso al Festival di Berlino sia stato scelto il nuovo film di Saverio Costanzo, un giovane regista che con il suo primo film (“Private”) storico ed attuale al contempo, si è distaccato dal clichè delle “due stanze e una cucina” predominante nel panorama cinematografico nostrano, a riprova del fatto che, se si sceglie di affrontare un tema rischioso e delicato ma lo si fa con stile e bravura, alla fine il coraggio delle proprie scelte viene premiato dalla critica ma anche e specialmente dal pubblico. Sarebbe bello che di tutto ciò le istituzioni si facessero carico, indirizzando i teatri stabili, le case discografiche, le società di produzione e distribuzione a diversificare e rischiare, a mostrarsi lungimiranti investendo in nuovi progetti che ampliino il ventaglio delle possibilità e soprattutto dei nuovi gusti.


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