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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Quando il lavoro uccide


Roma, 27-11-2006

Quando andare al lavoro tutti i giorni significa mettere in conto anche il rischio della propria vita c’è qualcosa che non funziona, e non basta versare lacrime di coccodrillo ex post. Morire nell’esercizio del proprio dovere, che paradossalmente è tale innanzitutto perche ci dà da vivere, è quanto di più indegno di un paese civile. Morire nell’indifferenza generale dell’opinione pubblica, se possibile, rende la situazione ancora più grave. Il fenomeno delle morti bianche passa, a ritmi drammaticamente costanti, sulle pagine dei giornali e nelle notazioni di cronaca dei tg nazionali. Secondo le stime in Italia ogni anno muoiono più di 1200 persone ed i casi di incidente arrivano quasi ad un milione, cifre queste che non possono non delinare una situazione di assoluta emergenza.

Consiglio la lettura del pezzo di Luciano Gallino sulla Repubblica di oggi, che incardina la questione sul fronte della normativa in tema di sicurezza sul lavoro, ricostruendo le fasi principali e sottolineando l’urgenza di una legge complessiva, dato che la molteplicità delle prime cause di incidenti necessita appunto di una sorta di testo unico che tenga insieme un concorso di fattori che si concatenano l’uno con l’altro. Giustamente è intervenuto il Presidente della Repubblica, a seguito dell’ultimo caso in ordine di tempo nella fabbrica di Perugia, richiamando istituzioni, sindacati ed opinione pubblica ad indignarsi e a non rassegnarsi di fronte al fenomeno. Lo stesso ministro Damiano, casas rurales, su questa scia, sta studiando una serie di misure che, mi pare di aver capito, puntano soprattutto a maturare una coscienza nuova e generalmente diffusa sulla materia. La mia impressione è che, al di là della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, bisognerebbe concentrarsi su quello che la politica può e deve fare, e soprattutto dovrebbe interrogarsi ed affrontare quanto finora non è stata in grado di fare.

Gallino ricorda che da una specifica direttiva in materia della Commissione europea datata 1994 ad una legge preparatoria di un futuro decreto varata dal governo italiano sono passati ben 9 anni. Ecco, non dovrebbe venir presa come una provocazione la constatazione che in questi anni la stessa politica è stata alla finestra, e che al di là dei buoni propositi sull’argomento è stato fatto ben poco. Non so quante morti ancora bisognerà aspettare prima di riuscire a prendere davvero di petto il problema. Per fare un esempio, i controlli. Se il numero degli ispettori del lavoro rispetto a quello delle imprese non individuali è clamorosamente carente (2300 per un milione e mezzo) aumentarli tramite un decreto da approvare in tempi brevi non sarebbe un’utopia; certamente non sarebbe la panacea di tutti i mali ma avrebbe una funzione di contenimento, di argine ad un fenomeno dilagante e comunque costituirebbe il segnale di un passo in avanti nella volontà pratica di risolvere il problema.

Come in molti altri settori della società italiana il problema dei controlli è centrale ed ha, o meglio dovrebbe avere, una duplice valenza: garantire il rispetto delle norme vigenti, che pure esistono, e soprattutto applicare adeguate sanzioni per chi tali leggi le infrange in totale tranquillità, spesso proprio perché i controlli sono pochi o approssimativi o persino inesistenti. In conclusione ha senz’altro ragione il ministro Damiano a parlare del bisogno di una nuova coscienza diffusa, ma, al di là delle campagne di stampa, dei numeri verdi e dei canali digitali ad hoc, forse se la politica cominciasse ad occuparsi seriamente del tema, abbreviando i tempi dei processi legislativi e manifestando a chiare lettere la consapevolezza di voler combattere una situazione non piu tollerabile, sono certo che tutto il resto verrebbe di conseguenza.


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