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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Sulla questione del tesseramento


Roma, 17-10-2006

Riporto qui integralmente un mio articolo uscito oggi su Europa sul tema del tesseramento.

Caro Direttore, hai spesso avuto la bontà di ospitare il mio pensiero su argomenti legati all’attualità politica, non di rado lo hai fatto nonostante le mie posizioni non fossero allineate a quelle prevalenti nel partito. Torno a chiederti spazio, ma questa volta non certo con l’intenzione di affermare una verità assoluta e neanche con un canestro pieno di certezze come quello che in molti in queste ore sembrano portare sotto il braccio. Mi interessa, invece, provare a riflettere sul tema “tesseramento” senza nascondermi dietro imbarazzanti scuse ed allo stesso tempo senza unirmi al coro di coloro che gridano allo scandalo. Vorrei fare una premessa. Chiara. Diretta. Non mediabile. Sono ormai quasi 5 anni che ho l’onore di fare il Coordinatore romano della Margherita. Anche grazie a questo ho avuto la fortuna di essere protagonista di molti momenti importanti della vita politica, anche grazie a questo ho potuto tornare per la seconda volta in Parlamento. Poiché chi ha responsabilità politiche può bearsi degli onori, al contempo deve assumerne tutti gli oneri. Ergo, in quanto Coordinatore romano della Margherita devo essere considerato il primo, anche se non unico, responsabile di eventuali incongruenze, difetti, storture del tesseramento che ha riguardato il partito in questi anni. Ne assumo intera la responsabilità e come elemento di “ingresso” chiedo scusa a tutti coloro che sono stati vittime di errori. Questo chiarimento mi consente di poter dire alcune cose che penso senza che nessuno possa intendere nelle mie parole il tentativo di fuggire dalle mie responsabilità. I 4 casi ormai noti trattati da “Striscia la notizia” erano casi romani, ma da quel che ho letto in questi giorni altri si sono verificati anche altrove. Io mi auguro che effettivamente il numero di “errori” sia davvero limitato perché, per quanto sgradevole, potrebbe essere considerato come un elemento “non rilevante” rispetto ad un tesseramento per il resto realizzato secondo le regole e gli statuti. Ma questo è di per sé sufficiente a chiudere la riflessione al nostro interno sugli effetti di un sistema di adesione che esalta la “rincorsa” alla tessera? Ed anche: questo è sufficiente per invocare “una testa un voto” come vera panacea alle storture del tesseramento? In realtà io penso che ci sia un po’ di vero nell’una e nell’altra posizione e, contemporaneamente, vi sia in entrambe una dose di strumentalità. Finchè noi non cercheremo di intervenire sul male profondo che colpisce i partiti, e cioè la loro strutturale incapacità di riorganizzarsi in funzione dei cambiamenti della nostra società, rimodellando anche le loro strutture in modo da tornare a motivare la partecipazione e la militanza della gente, qualunque correttivo noi portiamo sarà sempre inadeguato e possibili “degenerazioni” saranno sempre all’ordine del giorno. I partiti sono bloccati non solo nel modo attraverso il quale prevedono l’adesione (qualcuno con qualche sistema più raffinato, qualcuno meno), ma lo sono soprattutto nella loro volontà/capacità di semplificare, facilitare, motivare, stimolare la partecipazione della gente alla vita di partito. Illuminati appelli, grandi proclami, assolute disponibilità vengono distribuiti sostanzialmente solo in prossimità di campagne elettorali ed in funzione della raccolta di consensi, che quasi sempre hanno il principale fine di rendere intangibili, indisponibili, impenetrabili i livelli reali di coinvolgimento all’interno dei partiti: ruoli di responsabilità, candidature, incarichi etc. Il tema della sostanziale “marginalizzazione” delle donne, ma se consentito molto di più ormai dei giovani nella struttura e nella vita dei partiti, è un limite che non solo risponde ad un deciso spirito di autoconservazione da parte delle attuali classi dirigenti, ma –cosa ancor peggiore- rappresenta la fotografia plastica della ormai cronica distanza dei partiti dalla società. Il sistema di adesione, il tesseramento, è solo una parte –seppur non marginale- di questa situazione. E vorrei non essere frainteso. Io ritengo la funzione dei partiti essenziale e irrinunciabile in qualsiasi sistema democratico, e tutti noi sappiamo quanto l’esistenza di partiti storici sia stata determinante per la crescita e lo sviluppo del nostro paese. Ma ci siamo mai chiesti come mai ormai praticamente nessuno dei partiti rappresentati in Parlamento, corrisponda più in termini nominali a quelli esistenti 10 o 15 anni fa? I nomi sono cambiati perché tutti, ripeto tutti, si sono resi conto che molte sigle per ragioni diverse (caduta muro di Berlino, Tangentopoli etc. etc.) non avevano più senso, o meglio, non erano più in sintonia con il sentimento delle persone, degli elettori. Cha dal popolo arrivava una evidente richiesta di cambiamento, di novità, di modernità. Il problema è che questo cambiamento è stato realizzato molto spesso quasi esclusivamente nelle sigle e molto meno nella organizzazione, nella spinta ad immaginare strutture nuove e più adeguate anche alla vita pratica delle persone. Se il tesseramento è ancora, sostanzialmente, la struttura portante della costruzione di un partito il suo limite, a mio avviso, non sta nelle sempre possibili “degenerazioni” quanto nel suo essere strumento datato che, anche ove praticato perfettamente, non consente una effettiva partecipazione della gente alla vita di partito. Le primarie vengono brandite e tirate per la giacchetta un po’ da tutti ma il messaggio autentico che arriva da quei gazebo è a mio avviso principalmente quello di una decisa richiesta ai partiti di cambiare, di riorganizzarsi, di strutturarsi in modo da garantire effettivamente l’afflusso e la partecipazione della gente, di assecondare un graduale ma indispensabile ricambio che non è, per esser chiari, solo ed esclusivamente generazionale. Dal 15 ottobre del 2006 sono stati fatti dei significativi passi avanti, ma restano ancora assolutamente insufficienti. Il dibattito che si è aperto nel dopo Orvieto sul metodo “una testa un voto” invece che scatenare una guerra tra Guelfi e Ghibellini dovrebbe imporre a tutti di contribuire serenamente ma decisamente alla costruzione di un modello nuovo che superi gli attuali, non per punire questo o quello, questa classe dirigente o quell’altra, questo o quel partito e neanche, lo dico con chiarezza, per promuovere rappresentanti della società civile che in quanto tali sarebbero più puri e migliori di quel vecchio arnese che è la categoria dei politici. In realtà avremmo bisogno che per qualche mese in luogo del “Turchetti diamo fiato alle trombe” si smorzassero un po’ i toni, ci si sedesse in un torno al tavolo cercando di capire con pacatezza ma anche con decisione cosa effettivamente va messo in campo in termini organizzativi affinché il Partito Democratico non sia un nuovo partito ma un partito nuovo. E non sembri paradossale ma io credo che questa classe dirigente se si lascia guidare da un reale spirito costruttivo e dal diffuso amore per la politica, quella con la “A” maiuscola, è certamente nelle condizioni di farlo, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, sia a Torino che a Catania. Immagino che molti ora diranno: sì, ma sugli episodi di “malo-tesseramento” che ha colpito la Margherita, in particolare a Roma, glissi completamente? Non lo farò. Vorrei però che fosse chiaro che io ritengo che vi sia una risposta strutturale al problema che è quella che ho cercato di fornire fino ad ora, ed una contingente alla quale risponderò con poche righe. Se in due anni il tesseramento per la Margherita passa a Roma da 20.000 iscritti a 50.000, e se peraltro questo non corrisponde ad un duplicamento dei voti nei ripetuti appuntamenti elettorali, è chiaro che qualche problema c’è. Ed è altrettanto chiaro che questo problema va distinto da quello di alcune iscrizioni “false”. E’ un problema aggiuntivo anche se il resto delle iscrizioni, come io mi auguro, saranno tutte non contestate. Il fatto che il partito nazionale abbia deciso di inviare preventivamente una lettera a tutti gli iscritti (iniziativa grazie alla quale sono potute emergere delle incongruenze, se non ci fosse stata la lettera, molti probabilmente non avrebbero mai saputo dell’esistenza di questa stortura come credo capiti in molti partiti) è un fatto molto positivo perché da un lato tende a far emergere eventuali incongruenze, le fa venire alla luce senza reticenze, e dall’altro consente di fare in modo che tutti possano sapere quale è l’effettiva misura di partecipazione diretta al partito. Ho detto e ripeto che sono episodi sgradevoli, molto sgradevoli, ma ripeto che contrasto duramente la linea di chi utilizza questi episodi per gettare discredito sul Partito e sulla stragrande maggioranza di coloro che invece hanno voluto manifestare con convinzione e generosità l’adesione al progetto della Margherita. Da ultima una considerazione: sento crescere da più parti l’idea di procedere al commissariamento del partito in quelle realtà (vedi Roma) nelle quali si sono manifestati questi episodi. Dico chiaramente che sono contrario e che mi batterò con tutte le mie forze perché questo non accada. Tutti sanno infatti che i commissariamenti hanno in realtà la principale funzione di mettere a tacere le cose ed impedire per mesi (molto più spesso per anni) la vita democratica dei partiti, in quanto il Commissario sostituisce gli organi del partito prendendo da solo le decisioni più importanti. Questa decisione ci farebbe tornare indietro di molti anni, sarebbe un rimedio cento volte più grave del danno. Lancio invece una sfida che sarà l’unica vera cartina di tornasole. Chiedo ai livelli nazionali ed a tutta la classe dirigente romana di costruire regole per lo svolgimento dei congressi serie ed adeguate (per intenderci migliori delle precedenti), di costruirle insieme e poi di chiamare i 50 mila iscritti alla partecipazione, magari legando anche le candidature a franche ed aperte opzioni su come deve essere organizzato il partito. Utilizziamo occasioni nelle quali oltre che contarsi sia possibile anche confrontarsi. Vediamo quale sarà la partecipazione e in quel momento, ma solo dopo quel momento, saremo in grado di avere una misura reale di chi siamo e di quanti siamo. Non è solo una sfida a noi tutti, è anche il tentativo di trasformare episodi deteriori (che ripeto mi auguro rimangano isolati) in un grande rilancio della Margherita a Roma e, perché no, un possibile importante contributo alla costruzione del Partito Democratico.


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