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Roberto Giachetti > Politica > articolo

A proposito di dibattito sull’eutanasia.


Roma, 25-09-2006

Domani mattina, su Europa, verrà pubblicato un articolo che ho scritto sulla questione dell’opportunità del dibattito politico in tema di eutanasia e testamento biologico. Eccolo in anteprima, ovviamente con il consenso del direttore interessato, Stefano Menichini.

Appartengo a quella corrente di pensiero secondo la quale finché c’è vita c’è speranza. Ragionando oggi, avendo cioè la fortuna di non vivere la drammatica situazione in cui si trovano tanti malati come Welby, dico subito che faccio parte di quella categoria di persone che se una dichiarazione dovesse fare sarebbe quella di non staccare mai alcuna spina, perché vorrei vivere fino in fondo la speranza o l’illusione che un miracolo, di qualunque tipo, scientifico, religioso, medico, sia in grado di farmi guarire. Non riesco, ora, a concepire l’idea di rinunciare anche al più flebile filo di speranza. Ovviamente questo è il mio pensiero, il mio sentire, quello che io farei, o meglio, non farei. Ma questo potrebbe mai consentirmi di sottrarmi ad un confronto aperto con chi la pensa e, di conseguenza agirebbe, in modo diverso? Soprattutto su un simile tema possiamo stabilire a priori che non vi debba essere il diritto per chi ha un’opinione diversa di agire coerentemente con essa? Credo che il Presidente della Repubblica nel chiedere che dell’eutanasia si dibatta apertamente abbia compiuto una scelta importante e giusta. Penso anche che su una materia così delicata sarebbe irresponsabile produrre scontri tra schieramenti, guerre ideologiche, contrapposizioni politiche o crociate degne di ben altra causa. Abbiamo tutti il dovere di affrontare la questione con grande equilibrio, con la dovuta prudenza e, soprattutto, con quella dote che la politica ha smarrito da un po’ di tempo a questa parte, fatta di capacità di ascoltarsi, di confrontarsi senza la convinzione di avere la verità in tasca ma con il fine alto e nobile di dare una risposta ad un tema che esiste e che non consente la politica “dello struzzo”. Il Presidente Napolitano, infatti, nel rispondere all’appello rivolto da Welby, ha pienamente compreso che su argomenti di carattere etico come l’eutanasia, la questione dell’accanimento terapeutico, il rapporto tra la salvaguardia della vita e la centralità del significato profondo della dignità umana, occorre che il Parlamento si confronti apertamente e assuma le sue responsabilità. Penso che sia un dovere della politica ed un compito cruciale per il Parlamento, che ha nell’attività legislativa la sua massima prerogativa, affrontare un tema che non può non contemplare una discussione aperta, critica, priva di strumentalizzazioni di parte, ma in qualche modo inevitabile se ancora crediamo che la politica è di valore quando guarda alla realtà tentando di comprenderla e di misurarsi con essa. Non condivido alcune posizioni emerse in risposta alle sollecitazioni del Presidente della Repubblica, in primo luogo quella del presidente del Senato Franco Marini, che dichiara categoricamente di non voler dare spazio anche solo alla parola eutanasia, pur sostenendo la possibilità che si possa lavorare sulla questione del testamento biologico. Non credo francamente che affermazioni così apodittiche, tanto più se vengono da una persona che stimo ed ho apprezzato molte volte in passato proprio per la sua apertura al dialogo e al confronto su argomenti difficili, aiutino il dibattito. Qui non è in discussione la libertà del Presidente Marini, o di qualsiasi altro senatore o deputato, di opporsi in sede parlamentare alla proposta di fornire una griglia normativa a temi di carattere etico di valore assoluto come l’interruzione della vita in circostanze estreme, ma è in discussione anche solo l’eventualità che di questi argomenti si possa discutere in Parlamento. Questa è la posizione di quanti ritengono inconcepibile che si trasferisca un dibattito dal piano scientifico ed umano a quello politico, come se la politica costituisse un’entità a se stante e non avesse invece l’obbligo di aprire un confronto serio relazionandosi proprio con la comunità scientifica, ascoltando, esaminando, aggiornandosi sui progressi terapeutici, recependo indicazioni laddove necessario. Come noto io non ho condiviso la legge sulla fecondazione assistita approvata nella passata legislatura, ma proprio perché tema inerente alla dimensione etica ed umana, l’argomento è stato oggetto di un lungo ed articolato confronto parlamentare che ho considerato e considero indispensabile soprattutto quando ci si trova di fronte a questioni cosi complesse e delicate. Francesco Rutelli, al quale mi lega un profondo rapporto di amicizia e verso il quale nutro grande stima e rispetto, dichiara tutta la sua contrarietà ad un dibattito parlamentare sul tema dell’eutanasia, affermando che “non vogliamo trasformare in politica anche una discussione che è squisitamente medica, umana e naturalmente scientifica”. Domando sommessamente: forse che il tema della fecondazione assistita non poneva anch’esso interrogativi etici di rilevanza assoluta, non si trattava anche in quel caso di una questione umana, scientifica e medica in cui il valore della vita e della morte sono stati centrali nell’economia del dibattito ed oggetto di divisioni nell’opinione pubblica oltre che nelle aule parlamentari? In quel momento ci siamo forse sottratti all’ipotesi di un confronto ritenendolo addirittura irricevibile? Evidentemente no, ed infatti tutti abbiamo partecipato al dibattito, ciascuno con le proprie libere convinzioni, ed alla fine dopo anni di discussione ed approfondimenti il Parlamento ha approvato una legge che io non condivido ma che per lo meno ha avuto il merito determinare una scelta legislativa. Per quale ragione il Parlamento non dovrebbe avviare una discussione, che abbisognerà certamente di tempo per approfondimenti e conoscenze, che porti anche ad alcune decisioni? Sono perfettamente consapevole che il tema dell’eutanasia sia un argomento “scabroso”, terribilmente complesso, capace di suscitare reazioni durissime e differenti in ogni ambito della società. Ma non affrontarlo, o peggio affrontarlo in maniera sbagliata facendone una sorta di crociata civile, significherebbe chiudere gli occhi di fronte agli appelli di chi vive questo dramma sulla propria pelle e che ci chiede una risposta. La discussione, a mio avviso, è partita male determinando subito due schieramenti: uno che arriva al massimo ad accettare il confronto sul cosiddetto “testamento biologico” e l’altro che aprioristicamente ne sancisce l’inutilità puntando diritto all’obiettivo di normare l’eutanasia. Penso invece che si dovrebbe concentrare il dibattito sul rapporto stretto che esiste tra la centralità della vita umana, la dignità della persona e la libertà individuale. Personalmente, sono favorevole a che il Parlamento si confronti sul tema eutanasia, approfondisca, acquisisca conoscenze dal campo medico e scientifico ed elabori un testo in cui sia trovata una forma di garanzia per il malato che versa in condizioni di particolare gravità, che dovranno essere ben individuate, ed in ragione delle quali, avendolo preventivamente e espressamente richiesto, possa smettere di vivere in tali condizioni. Piuttosto che dilaniarsi sul nome, cerchiamo di capire se vi sia la possibilità di trovare una soluzione legislativa che abbia la forza di interpretare e coniugare tre valori così immensi come quello del rispetto della vita umana, del rispetto della sua dignità e del rispetto del diritto all’autodeterminazione del malato. Una legge su un tema del genere non si fa in due giorni, ne’ in due mesi e forse neanche in due anni, ma pensare di non affrontare nei tempi giusti nemmeno l’avvio della discussione, mi sembra davvero sbagliato.


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