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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Diciamo la verità, non avevamo capito niente.


Roma, 14-11-2011

Qualcuno di voi mi ha chiesto cosa penso dei risultati referendari e più in generale del momento politico. Senza avere la pretesa di fare un’analisi appropriata (difficile per tutti, a mio avviso, in questo momento) vi dico alcune cose che penso. Il postulato di partenza rappresenta, secondo me, una grande verità: NESSUNO AVEVA CAPITO NULLA DI QUELLO CHE STAVA ACCADENDO IN ITALIA. Non l’avevano capito i partiti ed i propri leaders, non l’avevano capito i giornalisti, gli analisti, i sondaggisti. Il circo della politica, tutto, si è trovato nel giro di un mese tra le mani una realtà nuova ed inaspettata; uno scossone imprevisto del quale ho la sensazione che un po’ tutti facciano fatica a prendere le misure. 

I risultati elettorali degli ultimi due mesi sanciscono la fine del berlusconismo (la fine di Berlusconi è altra cosa), di una cultura e di un modo di interpretare la politica che è stato dominante per oltre 15 anni. La fine di questa cultura arriva inesorabile nel momento di rottura tra le aspettative e le suggestioni create da Berlusconi all’avvio del suo ingresso in politica e la mancata realizzazione, direi il fallimento, del suo progetto politico. Penso che la maggioranza del Paese gli abbia dato fiducia fino all’ultimo momento possibile, poi ad un certo punto ha detto basta. Se questi risultati elettorali segnano la fine del berlusconismo sarebbe sbagliato pensare che aprano la strada ad un progetto alternativo, chiaro, credibile in grado di suscitare lo stesso interesse, la stessa partecipazione e la stessa adesione che hanno caratterizzato il consenso all’idea berlusconiana.

Guardando i risultati delle Amministrative in valori assoluti e non percentuali si capisce chiaramente che il centrodestra perde le elezioni e che grazie a questo il centrosinistra vince le elezioni. Ma quei voti persi, che significano disincanto, disaffezione, disillusione, rimangono in un limbo elettorale che prende le distanze dal passato ma non sceglie per il futuro: si pone in una situazione di attesa, resta a guardare. Il risultato referendario conferma, a mio avviso, questa situazione. Il quorum si è raggiunto perché in un ideale abbraccio trasversale gli elettori, a prescindere dalla loro appartenenza politica o partitica, hanno voluto riappropriarsi del diritto di decidere su questioni concrete che riguardano la loro vita, il futuro loro e dei propri figli. Non credo che la vittoria dei referendum rappresenti la vittoria del centrosinistra, quanto piuttosto di alcuni valori e paradigmi democratici che certamente il centrosinistra, ed il Pd in particolar modo, dovrebbe rivendicare come elementi costitutivi. Dico dovrebbe perché fino ad oggi non tutto è stato così scontato.

Faccio solo un esempio: qualcuno ha davvero il coraggio di dire che, esclusi i radicali, nel centrosinistra il referendum è stato considerato un fondamentale strumento di verifica del consenso popolare anche sulle proprie scelte di governo? Qualcuno potrebbe affermare che nella storia dei referendum, tolti ancora i radicali, solo il centrodestra abbia tradito la volontà popolare in non poche occasioni emanando leggi (vedi il finanziamento pubblico dei partiti o la responsabilità civile dei magistrati) che andavano palesemente contro la volontà popolare? Sappiamo tutti che non è così. Allora forse la nostra riflessione deve essere più ampia ed anche più aperta per individuare un progetto di cambiamento che tenga davvero conto di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi e che non rischi di portare ad una delegittimazione totale della politica e dei partiti. Rischio che mi appare crescente e che ritengo pericolosissimo per la vita democratica del nostro paese.

Quello che sta succedendo mi preoccupa moltissimo. Qualunque cosa accada viene utilizzata quasi da tutti come occasione per gettare fango sulla politica e sui partiti. I primi a creare le condizioni perché questo accada sono proprio i partiti e le loro classi dirigenti. E’ una spirale pericolosissima che tende ad indebolire (direi quasi a demolire) un tipo di “potere” , parafrasando Montesquieu, a favore di altri (compreso quello dei media che si è aggiunto nel corso del tempo) e che, rompendo quel diaframma di separazione, porta i secondi ad assumere una forza decisionale che non compete loro e che distrugge quel fondamentale equilibrio nell’indirizzo e nel controllo alla base di ogni democrazia.

Come dicevo la responsabilità nostra di classe dirigente di partito è enorme e drammatica e se non cogliamo l’occasione che ci è stata data con questi risultati elettorali - almeno come centrosinistra -per cambiare radicalmente rotta, rischiamo di passare alla storia come principali attori del peggior danno procurato a questo paese dal dopoguerra in poi. Sono consapevole (e gli elettori di centrodestra che hanno partecipato alle recenti competizioni elettorali ne sono la testimonianza più evidente) che il problema è dei partiti tutti e delle classi dirigenti tutte, ma mi scuserete se io mi dedico ad un invito che riguarda la mia parte, quella del centrosinistra. Occorre rapidamente assumere decisioni e mettere in campo scelte che siano in grado non solo di rispondere alla domanda di cambiamento che giunge chiara anche dal nostro elettorato ma di rimodellare un assetto che riesca a ricreare nella gente la voglia di partecipare, cioè sentirsi parte, di uno strumento indispensabile per il buon governo di un Paese: la politica.

Questo venticello, ormai direi un tornado, che spinge sempre più forte e che mira alla mortificazione dei partiti va immediatamente ricondotto e considerato per ciò che è: un fenomeno naturale e legato ad una minoranza fisiologicamente presente in ogni democrazia. Ma per farlo bisogna smettere di lamentarsi e continuare a procedere fregandosene di quel che non va. Occorre cambiare in positivo, interpretare, raccogliere e trasformare in azioni positive e concrete l’insoddisfazione popolare, per usare un eufemismo. Dopo quasi venti anni in cui i partiti (grazie anche a questa legge elettorale) hanno pensato che una enclave ristretta di fortunati e “migliori” potesse andare avanti – per puro spirito di autoconservazione - agendo a prescindere dalle spinte e dai sentimenti del proprio elettorato, è giunto il momento di voltare pagina.

La fotografia nitida che emerge dai risultati elettorali ci dice che le cose sono cambiate, sostanzialmente cambiate. Il fenomeno internet ad esempio rivela chiaramente che se la politica non sembra più in grado di rappresentare la volontà e gli interessi dei cittadini, questi non si rassegnano più ma agiscono in proprio riuscendo, a differenza del passato, a condizionare non solo i risultati ma anche la vita interna dei partiti. Il fatto che nel popolo italiano, almeno in una parte molto rilevante, sia maturata la consapevolezza di poter tornare a contare, di poter tornare a decidere direttamente se i partiti rappresentano un impedimento invece che un’opportunità, deve essere per noi l’occasione per una rinascita e, soprattutto, per una seria alternativa non solo al centrodestra ma anche a tutto quello che di sbagliato noi stessi abbiamo fatto in questi anni. Se è vero, come è vero, che la volontà decisionale delle persone può arrivare ad esprimersi anche attraverso forme alternative - se ciò non avviene attraverso i partiti – mi piacerebbe che il Partito Democratico se ne facesse carico avviando iniziative conseguenti che abbiano la forza di creare un raccordo serio e convinto col sentimento popolare su proposte che vadano nel senso giusto.

Provo ad immaginare quattro proposte non certo nuove, ma che in questo momento - se veicolate con convinzione - possono diventare un fattore esplosivo:

  1. abolizione del quorum referendario con conseguente aumento del numero delle firme da raccogliere;
  2. ancoraggio al maggioritario per la legge elettorale: collegi uninominali in modo che le persone possano scegliere chiaramente non solo le diverse opzioni politiche ma anche direttamente tra le persone;
  3. la possibilità di contribuire alla scelta delle candidature nel partito: le primarie? Un’altra soluzione? Discutiamone. Ma se non vogliamo essere ipocriti è chiaro che anche su questo la gente ci interroga;
  4. una riforma dei partiti che garantisca una vera democrazia interna, un fisiologico ricambio, una partecipazione che non sia solo di facciata. 

So bene che ad un fatto così enorme come quello che scaturisce dai recenti risultati elettorali non si risponde solo con proposte organizzative, ma penso che le prime due non siano affatto solo questo, anzi: io credo che possano rappresentare di per se stesse un fatto politico essenziale e che, in ogni caso, tutte possano contribuire a legare le nostre decisioni in maggiore sintonia con la domanda degli elettori rispetto a quanto accaduto fino ad oggi. Soprattutto ciò non esclude e non può escludere la formulazione di una proposta programmatica alternativa al centrodestra divenuta ormai non rinviabile, ma questo ci aiuterebbe a metterla in campo in modo partendo da basi più concrete e pertanto più convincenti.

C’è poi bisogno che la mobilitazione delle persone non solo non si interrompa, ma anzi approfitti di questo momento per mettere a segno altri successi. Mi piacerebbe molto immaginare una nuova battaglia, magari veicolata e supportata in Rete, che abbia come obiettivo i punti o solo alcuni tra quelli che ho proposto. Mi piacerebbe infine constatare che la trasformazione e la crescita del mio partito sia avvenuta proprio perché, quasi miracolosamente, è riuscito a farsi permeare dal suo popolo.

 


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