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Roberto Giachetti > Politica > articolo

PD: il progetto sta fallendo


Roma, 30-11-2010

Di seguito un mio pezzo uscito oggi su Europa

Il gioco dell’oca nel quale in molti si stanno cimentando da tempo con la ciliegina sulla torta delle recenti proposte di Latorre, ha riportato la bandierina del Partito democratico indietro di tante, troppe, caselle. Si sta configurando un contenitore mediocre che parla a un elettorato fin troppo ristretto rispetto alle ambizioni del progetto Pd e che inevitabilmente, giorno dopo giorno, nei fatti produce emorragie di consenso e mette in crisi anche il sentimento di appartenenza di persone che, come me, sono ascrivibili alla cultura liberale, laica, radicale, ambientalista.

Non so se qualcuno possa essere interessato all’argomento, ma nel subire ogni giorno gli strappi con i quali viene ridotto a brandelli il progetto del Pd, sento che nella migliore delle ipotesi si considera questa estraneità crescente come una china inevitabile e nella peggiore come un traguardo auspicabile alfine di ottenere un’opzione più ortodossa, più omogenea. Pazienza se meno ambiziosa e meno consistente sia dal punto di vista numerico che da quello della ricchezza di idee ed umanità. Eppure anche il più superficiale degli analisti si rende ben conto che il fallimento a cui si predispone il Partito democratico non è certo dovuto all’eccesso di “contaminazione”, di affluenza di idee e persone che non provengono da culture gloriose ma tragicamente passate come quelle delle due anime fondatrici.

No: il fallimento si consuma, giorno dopo giorno, per il mancato obiettivo di promuovere, sollecitare e accogliere tante persone che hanno solo voglia di disegnare la linea del futuro e che non sono più, neanche mentalmente, legate a quelle provenienze o che non lo sono mai state o, addirittura, che ne sono estranee (qualcuno ha provato a riflettere sul perché proprio il Pd è tra le forze che meno riesce a coinvolgere i giovani, cioè coloro che sono nati dopo la caduta del muro di Berlino?). Non sono solo dati scientificamente dimostrabili, ma ahimè, umoralmente decifrabili! Il dibattito interno sulle alleanze, con una prevalente tendenza a ricostruirne una “di sinistra” (peraltro ben più modesta nelle proiezioni elettorali di esperienze passate) minoritaria e priva di respiro, da solo spinge fuori dai suoi confini quello che sarebbe dovuto essere il core business del Partito democratico oltre che una fetta non irrilevante di sensibilità cattoliche che pure con convinzione hanno partecipato alla sua costruzione.

Ciò che però, a mio avviso, diviene ogni giorno più preoccupante è – al di là degli schematismi elettorali – la rinuncia nell’azione politica, nel linguaggio e nelle proposte che si avanzano a parlare a quel mondo, ad interloquire con quella parte così vasta del nostro potenziale elettorato che invece di sentirsi attratta ed avvicinarsi si allontana, ingrossata anche dai tanti (i delusi, ahimè, crescono anche tra coloro che provengono dalle culture dei partiti fondatori) che ci hanno dato fiducia solo due anni fa e che continuano a prendere le distanze. Trasformare, innovare, riformare con coraggio e lungimiranza innanzitutto noi stessi per avere credibilità nel dire: «Cambiamo il paese». In questo si sta consumando il nostro fallimento, in questo stiamo tradendo la fiducia e, fatto ancor più grave, la speranza di milioni di persone che hanno creduto in quel progetto rivoluzionario declinato da Veltroni e condiviso dall’unanimità dell’attuale classe dirigente solo tre anni fa.

È una responsabilità pesante di cui un po’ tutti dobbiamo sentirci investiti per il passato ma che certamente in questi mesi è andata aggravandosi in una escalation di involuzioni che fanno precipitare in un vicolo cieco speranze ed attese sciaguratamente abbandonate. Stiamo dunque ritornando alla casella iniziale del nostro gioco dell’oca, ma sia chiaro a tutti che quella casella non ci fa ripartire: ci fa fermare. In barba al riformismo, all’innovazione, al cambiamento, al coraggio. Possiamo evitare questo brutto “traguardo”, ma il tempo davanti a noi è ormai esiguo.

È indispensabile un repentino cambio di rotta. E ci vuole un lancio di dadi con doppio 6.


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