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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Italia - Serbia, la sicurezza prima di tutto


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Roma, 15-10-2010

Confesso di averci pensato un po’ su prima di scrivere queste righe. L’argomento è già di per sé molto delicato e la ridda delle notizie e delle versioni contrastanti lette a caldo sui giornali dopo la sospensione del match Italia Serbia di martedì consigliava una certa prudenza nei giudizi. Aspettavo di sentire le ragioni del Ministro degli Interni per farmi un’idea sulla vicenda, su quello che non ha funzionato nella gestione dell’ordine pubblico fuori e dentro lo stadio e devo dire che i risultati sono stati ironicamente più che sorprendenti. Prendo in prestito proprio la sgradevole leggerezza di Maroni certe critiche mi fanno ridere» in risposta alle giuste osservazioni del sindaco di Genova) per commentare qualcosa che di comico non ha proprio nulla ma anzi mette in luce tutta l’inadeguatezza della macchina organizzativa a livello di forze dell’ordine, di intelligence, di Osservatorio sulla violenza nel calcio, di Federazione.

Quello che è accaduto martedì sera allo stadio Marassi non ha nulla a che fare con il calcio, cominciamo da qui. Lo sport in questo caso vale solo ed esclusivamente come evento mediatico, come vetrina privilegiata utilizzata da frange di estremisti per far sentire tutto il proprio “peso”, per dimostrare di esserci e di essere in grado di sconvolgere l’ordine delle cose, di mettere a ferro e fuoco le strade delle città in cui passano senza distinzioni o preferenze di sorta perche la violenza è l’unico codice universale che tali gruppi riconoscano. In più la legge del branco è sovrana, non importa per cosa o contro chi ci si scagli: ciò che conta davvero è che se qualcuno chiama non ci si faccia mai cogliere impreparati.

Così accade che una parte di questi teppisti serbi, arrivati a Milano due giorni prima della partita, ricevano molto probabilmente un supporto logistico da gruppi neofascisti italiani, austriaci e sloveni e si muovano indisturbati per le vie di Genova nelle ore antecedenti l’incontro, riuscendo anche ad avvicinarsi ed assaltare il pullman della propria nazionale minacciandone il portiere, che infatti non sarà della partita. Di fronte a questa cristallina libertà di movimento, di fronte all’evidente sottovalutazione del pericolo manifestatasi con chiarezza nell’ultimo atto durante l’incontro - simbolicamente rappresentata dall’immagine di Ivan ribattezzato “il Terribile” che con un paio di cesoie taglia la rete di protezione del settore riservato ai tifosi ospiti nell’assoluta e generale impotenza delle forze dell’ordine – il governo italiano e il responsabile dell’osservatorio si lanciano nel più classico e a noi congeniale dei giochi: lo scaricabarile con i corrispettivi serbi. Ecco quindi passare da «nessuno ci aveva avvisato del pericolo» a «abbiamo mandato un fax a seguito di un vertice avvertendo la polizia italiana», a «la colpa è dell’Interpol serba che parlava solo di circa 200 tifosi al seguito» a «non è vero, l’Italia sapeva tutto».

E’ evidente che ognuno fa il gioco che più conviene ma è altrettanto chiaro che l’aggrapparsi alle mancanze nel circuito informativo dimostra tutta l’inconsistenza dell’organizzazione e tutta l’incapacità di prevenire quello che poi è accaduto. Ammettiamo anche che vi sia stata una colpevole falla da parte dell’Interpol serba o ammettiamo pure che qualcuno sia stato negligente nel trasferire le informazioni ricevute: in entrambi i casi ci sarebbero tutti gli estremi perche i responsabili si dimettessero in tronco se fossimo in un paese normale.

Quello che mi lascia davvero senza parole è l’impreparazione, il candore naif di chi dice «non ce l’aspettavamo». Ma Maroni dove vive? La polizia italiana dove vive? L’Osservatorio che cosa osserva? Questa gente è la stessa che un anno fa ha ucciso un tifoso francese nella partita tra Partizan Belgrado e Tolosa, è la stessa che ha provocato incidenti dopo Serbia Estonia pochi giorni fa, sono gli stessi ultranazionalisti che a Belgrado lo scorso 10 ottobre, non 10 anni fa !, si sono resi protagonisti di violenti scontri con la polizia durante il Gay Pride con centinaia di feriti tra le forze dell’ordine.

E’ necessaria un’informativa del governo serbo per sapere quello che succede a pochi chilometri da noi, nel cuore dell’Europa? E la Figc che ha programmato una partita del genere in uno stadio molto poco adatto come è quello di Marassi che cosa dice? E’ mai possibile che alle ragionevoli critiche sull’insicurezza dei nostri stadi da parte del presidente dell’Uefa (ragione per la quale l’Italia ha perso gli Europei del 2012, tanto per chiarire) il presidente Abete replichi a Blatter dicendo di pensare a Moreno? Moreno? Ma questo è il livello delle nostre argomentazioni? Non siamo in grado di fornire le nostre ragioni se non difendendoci con uno stile tanto puerile? E Maroni che imputa alle istituzioni serbe la mancanza di uno strumento a suo dire utile come la tessera del tifoso si è reso conto che questa è la negazione intrinseca degli obiettivi che ci si riproponeva di raggiungere? E’ il frutto di un sillogismo fallimentare per cui sconfiggere la violenza ha di fatto significato lo svuotamento degli stadi. E’ lo stato che si arrende perche non è in grado di imporre nessun modello culturale alternativo, che proibisce perche non è capace di fare applicare le leggi che pure esistono, che non riesce a prevalere isolando la delinquenza.

Altro che famiglie e bambini alla maniera inglese. Caro Maroni allo stadio non ci va più nessuno, si leggano i numeri imbarazzanti di questa stagione, tanto valeva chiuderli allora. E mentre il governo si autocelebra per aver frenato i fenomeni violenti realizza l’assurdo paradosso di controlli maniacali per la maggioranza sana dei tifosi e la bandiera bianca davanti ai teppisti che entrano in blocco armati di tutto punto, il vero trionfo dell’italianissima massima dei forti con i deboli e deboli con i forti.

Ma chi vi crede?


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