Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione sui social network e/o la visualizzazione di media. Chiudendo questo banner, scorrendo o ricaricando questa pagina, ovvero cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Per maggiori informazioni consulta la privacy policy


 
HOME CHI SONO ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA VIDEO #ROMATORNAROMA
Roberto Giachetti > Politica > articolo

Giustizia, adesso la politica può riprendersi autonomia


Scarica l'estratto dalla pagina del quotidiano

Foto articolo
Roma, 17-09-2014
Fonte: Europa Quotidiano

«La riforma della giustizia deve cancellare il violento scontro ideologico del passato». Se fossimo in un paese normale dubito che queste parole, pronunciate dal presidente Matteo Renzi nell’illustrazione delle linee di governo, avrebbero la portata dirompente che inevitabilmente assumono in un dibattito che per decenni è stato contraddistinto dalla logica dei guelfi e ghibellini.

Ancora di più mi paiono “rivoluzionarie” se a pronunciarle non è solo il Matteo Renzi in veste di capo del governo ma il segretario del Partito democratico, a dimostrazione che il ricambio di classe dirigente in questo caso coincide con la volontà di dare finalmente un’impostazione pragmatica alla questione, uscendo dalle sabbie mobili di un dibattito pregiudiziale tra le parti e soprattutto svincolandosi dagli alibi che hanno spesso consentito alla politica di sottrarsi dal fare la propria parte.

Talmente siamo incancreniti in certe dinamiche che si definiscono “coraggiose” delle scelte ispirate unicamente dal buon senso e dalla fedeltà al precetto costituzionale che troppo spesso viene richiamato a vanvera e dimenticato quando fa comodo. In una riforma che ha come obiettivo una profonda e capillare riorganizzazione della struttura, e le cui linee guida spaziano da misure di degiurisdizionalizzazione e interventi per la definizione dell’arretrato a quelle per una maggiore efficacia del processo civile, da modifiche alla normativa penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e per consentire una durata ragionevole ai processi, sembra che da giorni ci si stia occupando solo della riduzione dei giorni di ferie dei magistrati.

Ho sentito richiamare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (principio cardine nella separazione dei poteri e che va difeso senza alcuna timidezza) su qualunque intervento di modifica sia stato proposto o realizzato, dal taglio degli stipendi al pari di tutti gli altri funzionari pubblici all’introduzione di una fin troppo limitata responsabilità civile dei magistrati. Ho sentito il sindacato dei magistrati sparare a zero sulla riforma addirittura sostenendo che non si occupa dei problemi veri della giustizia.

In linea di principio concordo, infatti mancano all’appello questioni cruciali come la separazione delle carriere dei magistrati, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la riforma del Csm, una drastica riforma della carcerazione preventiva. L’Anm, nel bocciare questa riforma, l’ha definita frutto di un compromesso che guarda al passato, ma in questa definizione io vedo emergere con chiarezza una stortura: è il parlamento che fa le leggi. Deve ascoltare e confrontarsi come ha fatto a lungo ed in modo molto ampio il ministro Orlando, ma poi deve decidere, quello che non si è fatto per venti anni e che ci ha portato nella situazione che è sotto gli occhi di tutti, oltre che sotto ogni livello dignitoso di giudizio nel confronto con le altre democrazie europee. In secondo luogo appare evidente e non giustificabile la sostanziale resistenza a qualsiasi cambiamento.

E quindi penso che quando Renzi parla di scontro ideologico si rivolge certamente alla politica (per anni condizionata, nel bene e nel male, dalla figura di Berlusconi) ma anche ad una parte della magistratura che troppo spesso ha dato l’impressione di occuparsi più del mantenimento di uno status quo anziché di affrontare serenamente e, nel rispetto dei reciproci ruoli, il dibattito, contribuendo a trasformarlo agli occhi di molti in una questione privata tra due “caste” e non in un’azione positiva a beneficio di tutti i cittadini.

Il punto in fondo è sempre e solo questo: tornare ciascuno a fare la propria parte. In particolare è indispensabile che la faccia quella politica che per anni ha abdicato al suo ruolo e ha lasciato che fossero i giudici a colmare con le sentenze i colpevoli vuoti legislativi.

Roberto Giachetti


Per approfondire: cliccare qui

Non ci sono commenti - Commenta l'articolo commenta