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Il premier e quei cinque motivi per rompere e andare al voto


Roma, 07-11-2014
Fonte: Il Giornale

Lo sospetta Silvio Berlusconi, lo insinuano i suoi avversari nel Pd, lo spera qualche suo strenuo supporter: ma Matteo Renzi accarezza davvero l' idea di «cercare l' incidente per andare al voto anticipato», come dice Stefano Fassina? «Potrebbe volere le elezioni in primavera per varie ragioni», argomenta un renziano che fa parte del governo. E le elenca: «Potrebbe volerle perché otterrebbe un Parlamento meno nervoso e più addolcito nei suoi confronti. Perché otterrebbe una legittimazione popolare diretta che lo rafforzerebbe, sia in Italia sia fuori. Perché con il nuovo Parlamento potrebbe essere più facile eleggere un presidente della Repubblica amico. Perché si potrebbe votare insieme alle Regionali del 2015 e rendere il voto un vero e proprio referendum su di lui, provando a fare l' en plein . E perché votando nei prossimi mesi sbancherebbe sia Grillo sia Forza Italia».

Cinque ottime ragioni, come si vede: sbaraccare la fronda interna (che anche ieri è tornata alla carica per bloccare il Jobs Act rimandandolo dopo la legge di Stabilità), farsi dei gruppi parlamentari più governabili, rendere gestibile la successione a Giorgio Napolitano, che ripete di volersene andare col nuovo anno creando grande allarme a Palazzo Chigi. E approfittare del picco di popolarità di cui gode adesso, senza alcun rivale spendibile e con molti elettori di centrodestra, ma anche grillini, pronti a scommettere su di lui. Anche se l' uomo dell' esecutivo precisa che sono «argomentazioni di scuola», di cui certo si ragiona anche a Palazzo Chigi ma sulle quali continua a prevalere la volontà di governare e di portare a termine il programma dei «mille giorni», nonostante gli ostacoli.

Ostacoli in gran parte interni al Pd, nel quale la minoranza dalemian-bersaniana punta a logorare il premier con un ostruzionismo strenuo sulle riforme e vive come un incubo la prospettiva di voto anticipato, che decimerebbe la loro componente. Dietro la linea dura sull' articolo 18, ad esempio, Fassina vede «una manovra politica per andare al voto accusando il Parlamento di impedirgli la rivoluzione del Paese». E Pippo Civati sfida Renzi: «Se pensa di andare alle urne sulla riforma del lavoro credo che troverà una nuova forza di sinistra in campo». Persino Massimo D' Alema ha avallato la tesi: «Renzi è in evidente difficoltà nei rapporti con Bruxelles. C' è il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per risultare affidabile alle forze conservatrici Ue».

In casa renziana, c' è chi ha apertamente teorizzato che se vuol fare le riforme Renzi deve andare subito al voto: a questo fine, Roberto Giachetti ha anche presentato una proposta di legge sul modello maggioritario e uninominale del Mattarellum, una legge elettorale «che si può approvare in pochi giorni con una buona maggioranza e può esser immediatamente applicabile». Ma proprio Giachetti respinge con nettezza il «sospetto» berlusconiano che l' accelerazione sull' Italicum nasconda voglia di votare: «Chi lo sostiene è in malafede, perché proprio l' Italicum non permette di andare al voto in primavera». Per due ragioni: intanto perché nel ddl è prevista una delega di due mesi al governo per ridisegnare le circoscrizioni elettorali, e poi per il famigerato articolo 2 (voluto dalla minoranza Pd) che stabilisce che la legge valga solo per la Camera, in attesa della riforma del Senato. Ergo, accusa Giachetti, «è proprio chi non vuole l' Italicum a puntare alle elezioni anticipate. Con il Consultellum, proporzionale puro, persino agli eventuali scissionisti Pd potrebbero raggranellare un po' di eletti. L' unico che non ha alcuna convenienza a votare subito con quella legge è proprio Renzi».


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