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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Un uomo solo al comando o solo troppe parole in libertà? (ovvero la difesa del Parlamento quando conviene)


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Roma, 24-02-2015

In questi giorni ne ho sentite di tutti i colori, da destra e da sinistra, e purtroppo anche da una figura come il Presidente della Camera - che dovrebbe a mio avviso avere più prudenza nel dichiarare proprio in funzione del suo ruolo di terzietà - sulla decisione del Governo di non accogliere una parte del parere della Commissione Lavoro della Camera, circa il decreto legislativo detto Jobs act.

Provo qui a svolgere delle riflessioni e fornire dei documenti che possono aiutarci a dimostrare quanto siano infondate determinate critiche e, soprattutto, quanto siano strumentali e opportunistiche le tante parole disseminate in queste ore.

Prima considerazione: L’articolo 76 della Costituzione nel prevedere lo strumento della decretazione legislativa recita testualmente: “L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti.

Il legislatore costituzionale delinea alcune indicazioni minime essenziali che devono essere fissate obbligatoriamente nella legge delega e che sono tre:

  1. un oggetto definito;
  2. un tempo massimo entro il quale promulgare il decreto legislativo;
  3. una serie di principi e criteri direttivi ai quali il decreto legislativo deve attenersi; 

Nonostante dunque il dettato costituzionale non lo preveda espressamente, è invalsa la prassi secondo cui il governo, prima di approvare definitivamente un decreto delegato, ne sottopone lo schema alle Commissioni Parlamentari competenti sulla materia, e ne accoglie eventualmente i pareri e le osservazioni che non sono mai vincolanti giuridicamente se non in rari casi.

Le leggi di delegazioni, oltre a dover rispettare i limiti espressamente prescritti dalla Costituzione, possono prevedere limiti ulteriori per il legislatore delegato quali, appunto, il parere delle Commissioni parlamentari o di organi consultivi ma di natura non vincolante. L’efficacia giuridicamente vincolante di tali pareri è tale solo quando espressamente prevista dalla legge delega medesima. Nel jobs act come nella quasi univoca casistica dei decreti delegati i pareri sono espressamente non vincolanti.

Se non bastasse la inequivoca lettura dell’art. 76 della Costituzione, a dirimere in modo definitivo la questione è stata la Corte Costituzionale con la sentenza n°156 del 1985 che in merito alla questione di costituzionalità sollevata nei confronti della “Delega al Governo per la riforma tributaria” secondo la quale tra l’altro “La richiesta obbligatoria del parere (da parte della Commissione n.d.r.) non era quindi un adempimento meramente formale, ma intendeva piuttosto porre un limite alla discrezionalità del Governo, costringendolo a darsi carico dell’orientamento manifestato nel parere attraverso un’espressa giustificazione del diverso indirizzo adottato”, sentenziava in modo lapidario che “tale questione non è fondata. Infatti il Governo, nell’adottare il decreto n. 739 del 1981 ha preventivamente richiesto il parere della commissione parlamentare, così come prescriveva la legge di delega. Poiché tale parere non era però vincolante, il solo fatto che il legislatore delegato non abbia dato motivazione della ragione per cui se ne è discostato, non può costituire motivo di incostituzionalità”.

Atteso dunque che la contestazione formale circa la lesione del ruolo del Parlamento non può riguardare la valutazione dell’ importanza del merito perché questo ovviamente è del tutto soggettivo ma decisamente vincolata al rispetto della procedura e del diritto, appare chiaro che le contestazioni, le critiche e le grida di dolore per la mortificazione del ruolo del Parlamento si dimostrano non solo infondate ma anche speciose.

Ma c’è di più. Evidentemente le sensibili sentinelle del ruolo del Parlamento e della tenuta democratica del nostro sistema hanno la memoria corta o semplicemente comodamente attiva a fasi alterne. Infatti vi sono infiniti precedenti almeno negli ultimi trent’anni nei quali i Governi di destra e di sinistra hanno disatteso i pareri delle Commissioni parlamentari nella stesura dei decreti legislativi e di cui per brevità mi limito a citare solo alcuni relativamente recenti.

Decreto legislativo 6/4/2006 n.164 (Governo Berlusconi III): Riordino della disciplina del reclutamento dei professori universitari (non accolto il parere della VII Commissione Camera); Decreto legislativo 29/12/2007 n.262 (Governo Prodi II): Disposizioni per incentivare l’eccellenza degli studenti nei percorsi universitari (non accolte alcune disposizione della Commissione VII della Camera); Decreto legislativo 14/1/2008 n.22 (Governo Prodi II): Definizione dei percorsi di orientamento finalizzati alle professioni e al lavoro (non accolta condizione espressa nel parere della VII Commissione Camera); Decreto legislativo 31/12/2009 n.213 (Governo Berlusconi IV): Riordino degli enti di ricerca (non accolti i pareri delle competenti Commissioni sia della Camera che del Senato); Decreto legislativo 10/9/2010 n.249 (Governo Berlusconi IV): Definizione della disciplina dei requisiti e delle modalità della formazione iniziale degli insegnanti della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado (non accolto il parere della Commissione VII della Camera).

Dov’erano allora tutti gli attuali difensori delle prerogative parlamentari? Come mai non si sono registrate in queste occasioni le dure rampogne dei Presidenti delle Camere dell’epoca a difesa del ruolo del Parlamento? Mi si dirà: vabbè, ma questo discorso lo puoi rivolgere solo ai tanti deputati che hanno fatto parte delle diverse maggioranze negli anni scorsi, non può riguardare ne’ i parlamentari 5 stelle ne’ la Presidente Boldrini. E invece no. Perché siccome il brutto vizio di fare determinante denunce (per di più incongrue sul piano formale) solo quando rendono sul piano mediatico colpisce tutti, mi domando dove fossero i fieri difensori del ruolo del Parlamento quando, con il decreto Legislativo 28/1/2014 n.7: Disposizioni in materia di revisione in senso riduttivo dell’assetto strutturale e organizzativo delle Forze armate il Governo Letta non ha accolto una condizione del parere della IV Commissione della Camera. Dormivano? O forse più semplicemente e più evidentemente una tale denuncia allora rendeva molto meno sul piano mediatico di quanto non renda oggi? Meditate gente, meditate… Altro che timore per un uomo solo al comando, semmai c’è da preoccuparsi per le troppe parole in libertà.


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