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Italicum, sinistra pronta al no in direzione


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Roma, 28-03-2015
Fonte: Il Messaggero

IL CASO

A meno di novità al momento improbabili assai, la sinistra del Pd voterà contro in direzione sulla legge elettorale. Quando lunedì al Nazareno Matteo Renzi spiegherà per l' ennesima volta che l' Italicum è una gran bella legge, che gli italiani la aspettano, che il Pd ne ha già discusso e ridiscusso a iosa, e che insomma i tempi sono maturi per votare definitivamente alla Camera e così cassare finalmente il Porcellum, tutti i componenti delle minoranze alzeranno disco rosso ed esprimeranno il proprio dissenso, si chiamino Cuperlo, ma anche Martina, che è ministro, o Speranza, che è capogruppo, o Bersani, che è l' ex leader.
Ma tutto questo non significa l' inizio della fine, o l' avvicinarsi a tappe forzate della scissione. Il no in direzione, in un organo di partito, non significa che si traduca pari pari nella votazione più importante, quella che conta, alla Camera, dove invece l' atteggiamento politico dovrebbe rimanere improntato alla regola secondo cui la minoranza si adegua alle decisioni della maggioranza. C' è già Roberto Speranza che in un paio di interviste lo ha fatto capire abbastanza chiaramente: «Non voglio neanche sentire pronunciare la parola scissione», ha scandito, per poi spiegare che «una mediazione tuttora bisogna tentarla», ma ove mai non la si trovasse, il capogruppo non lancia anatemi né inviti alle barricate, «ma certo non si potrà fare appello al voto di coscienza».

CONCILIABOLI

Tra i vari conciliaboli di deputati di minoranza, o in alcune delle tante riunioni, si è pure discusso come andava interpretato quell'«io non voto» pronunciato da Bersani in varie occasioni, pubblicamente e riservatamente, «significa un voto proprio contro o che al momento del voto non c' è?». Messa così, è il film che è andato in onda finora, come ad esempio sul Jobs act: contrarietà, polemiche, avvertimenti bellicosi, ma al momento di schiacciare il pulsantino in aula prevale di gran lunga la disciplina, l' appartenenza, l' essere in maggioranza a sostenere il governo, attenersi alla regola di maggioranza e minoranza. Sicché c' è già chi pronostica che non saranno alla fine molto più di una decina quanti voteranno realmente contro o alzando disco rosso o non facendosi trovare in aula. Le minoranze interne al Pd sono reduci da quel sabato dell' Acquario dove ha dominato la babele politica, non sono riuscite a trovare un unico denominatore e adesso, al passaggio decisivo imposto dal premier segretario sulla legge elettorale, stentano a trovare una linea passibilmente spendibile.

Dice Roberto Giachetti, renziano di combattimento: «Quelli della minoranza potevano rivendicare di aver cambiato in meglio l' Italicum con la soglia al 40 per cento per il premio e al 3 per cento per tutti, con il voto alla lista e altre migliorie, invece hanno scelto la strada della contrapposizione su che, poi? Sulle preferenze? Suvvia. Il problema è che tra gli irriducibili c' è chi punta al bersaglio grosso, far saltare la legge per andare a votare con il Consultellum proporzionale, ma sono sempre meno».

E poi, come spiegava ad alcuni deputati l' altro giorno il vice segretario Lorenzo Guerini, «voglio vedere quanti si mettono a votare contro il proprio governo e il proprio partito in campagna elettorale per le regionali». Renzi si tiene in serbo anche l' arma della fiducia, ma al momento appare più come un deterrente che uno strumento realmente da percorrere. Le divisioni interne al Pd si riflettono anche rispetto alla manifestazione di Landini di oggi a Roma. «No news, dov' è la notizia? Un altro sabato in piazza contro il governo», la stroncatura di Renzi. Seguito da vari esponenti dem che bacchettano il leader Fiom che ha fatto spallucce davanti alla notizia di migliaia di nuove assunzioni, una vera e propria gaffe stigmatizzata più o meno da tutti così: «Non si è mai visto un sindacalista che non gioisce per nuovi posti di lavoro».
Finanche dalla sinistra dem, gratificata di «poltronismo» dal Maurizio delle tute blu, sono venute critiche e rampogne. «Con Landini abbiamo poco da spartire», dicono in coro bersaniani come Gotor, Stumpo, Speranza che in piazza non ci saranno; quelli che ci andranno, i Civati e Fassina, lo fanno preceduti da interventi critici: «Le parole di Landini non aiutano».


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