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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Regionali: io la penso così


Roma, 01-06-2015

  1. Dall’avvento di Renzi alla Segreteria, circa un anno e mezzo fa, e dopo 15 mesi alla guida del Governo, il Partito Democratico raggiunge il 41% nel test nazionale delle Europee e conquista la guida di dieci Regioni rispetto alle 6 che avevamo conquistato nella tornata precedente. Questi sono fatti non opinioni. Noto che politici e commentatori si dilettano a cercare in tutti i modi di dimostrare la sconfitta di Renzi e del PD. Penso invece che il bilancio elettorale e politico di questo anno e mezzo sia tondo ed inequivoco. Capisco che c’eravamo abituati a “non vincere ma neanche perdere” ma per fortuna siamo tornati alla realtà: si vince quando si vince e quando non si vince si perde.
     
  2. Tutto bene dunque? No. C’è innanzitutto un problema generale che riguarda tutti. L’incremento dell’astensione che ha colpito più o meno tutti i partiti tranne la Lega, occorre dirlo, è una spia evidente di un sentimento di sfiducia verso la politica in generale. C’è in questo innanzitutto il senso di inadeguatezza , per non dire di inutilità dell’Istituzione regionale; ci sono i danni gravissimi procurati dagli innumerevoli scandali che hanno riguardato praticamente tutte le regioni; c’è stato il perpetuarsi dell’errore di scaricare sulle regionali ogni conflitto nazionale sottraendo al confronto i temi ed i problemi specifici relativi ai livelli territoriali; c’è, declinato a livello regionale, il malcostume, per usare un eufemismo, di una politica che sempre più diffusamente rinuncia a ragionare, confrontarsi, approfondire, privilegiando l’insulto, l’odio, l’aggressione verbale. Un’impostazione culturale (quanto alimentata da tv e media!) che privilegia la costruzione di fazioni piuttosto che il libero convincimento.
     
  3. In questo contesto esterno al PD il nostro risultato mi appare netto e solido. Se poi consideriamo anche il contesto interno al PD il risultato mi sembra davvero un miracolo. Non mi riferisco solo al caso Liguria dove la tafazziana cultura di certa sinistra raggiunge il suo apice e la piena realizzazione della propria ragion d’essere: perdere, ma più in generale mi riferisco al pedissequo, sistematico lavoro di destabilizzazione della leadership di Renzi e tentativo di ridimensionare la forza espansiva del Partito. E’ stato un lavoro certosino, quotidiano, condotto da troppi al nostro interno con ogni mezzo per più di un anno. Un lavoro ai fianchi che puntava da una parte a demonizzare il leader (un uomo solo al comando, deriva autoritaria, metodo Boffo, servo dei poteri forti, peggio di Berlusconi, come la Thatcher, stalinista, leader di destra ) e dall’altra a sputtanare il Partito, il nostro partito quello che è stato nostro quando lo guidava Bersani e che oggi, quando a guidarlo sono altri, vede molti di coloro che lo guidavano restarci per meglio bombardarlo in attesa che crolli (crollo degli iscritti, direzione bulgara, partito di destra). E tutto questo al netto della costante opposizione a qualsiasi iniziativa di riforma del governo che fossero gli 80 euro, la riforma del lavoro, quella elettorale o della scuola. Un anno di rappresaglia a tutto campo che se certamente non è riuscita ad impedirci di raggiungere importanti risultati politici, elettorali e di governo, certamente ha creato sconcerto e disorientamento tra tante persone che credono nel PD come progetto politico di riforma e cambiamento e che finalmente - innanzitutto grazie a Renzi- lo hanno visto raggiungere risultati impensabili fino ad un anno fa.
     
  4. Se nonostante tutto questo, dunque, non solo siamo vivi ma siamo ancora il principale e solido soggetto politico in grado di raccogliere la fiducia e la speranza di milioni di persone, il nostro lavoro ed il nostro impegno vanno accresciuti per cambiare, trasformare, rivitalizzare il Paese. Consapevoli delle difficoltà e delle insidie quotidiane ma anche della forza e della ampiezza del consenso fino ad ora dimostrati dobbiamo utilizzare il tempo che ci rimane per consegnare alle persone un’Italia migliore.
     
  5. Ora però rimane un punto aperto: è davvero pensabile continuare all’interno della nostra comunità in questo modo? E’ davvero pensabile che il legittimo dissenso si trasformi in libero arbitrio? E’ pensabile che ogni giorno qualcuno indossi la maglia del PD per cercare di far goal nella nostra porta, imponendo al resto della squadra di sprecare energie per sventare il ‘fuoco amico’ piuttosto che per guadagnar campo? Non credo. E non penso che l’esigenza di una soluzione sia sufficiente evocarla, occorre trovarla. Tutti insieme ma trovarla. Un partito che discute democraticamente al suo interno, che onora e rispetta la discussione ma che poi decide, impegnando tutti gli appartenenti la comunità a supportare quella decisione, orienta gli elettori. Di contro un partito nel quale la discussione diventa mero esercizio di posizionamento nel quale ognuno alla fine si sente legittimato addirittura ad agire contro le decisioni democraticamente assunte rischia di diventare una ‘caciara’ e alimenta disorientamento, confusione e disaffezione. E da noi la gente si aspetta non solo determinazione ma anche serietà.

 


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