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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Il bollettino di una guerra dei poveri


Roma, 04-12-2009

Io non so cosa debba succedere ancora dopo il caso di Stefano Cucchi, solo l’ultimo di una serie di episodi ascrivibili all’orribile “morire di carcere” che sembra non toccare le coscienze di nessuno, prima di comprendere che la situazione dei nostri penitenziari è indegna di un paese civile. Scorro le pagine di Repubblica e mi imbatto nell’ennesimo caso di una morte avvenuta in carcere, una morte che - da quanto si evince nell’articolo - poteva e doveva essere evitata in ogni modo.

Viviamo in un paese tragicamente paradossale in cui il furto di due teli da mare e di qualche crema solare, nel momento in cui si varca la soglia di una galera ormai sempre più somigliante ad un inferno dantesco, finisce per costarti la vita. Dopo il clamore destato dalla tragica fine di Stefano Cucchi, dopo la solidarietà morale che le istituzioni e i suoi esponenti (in realtà non tutti, vero Giovanardi?) hanno testimoniato alla famiglia del ragazzo invocando l’accertamento della verità, ci troviamo a fare i conti con uno Stato che non si vergogna di se stesso ma si esprime, invece, difendendo gli attori coinvolti nella vicenda secondo uno spirito puramente corporativo e in qualche modo pilatesco che a me onestamente fa ribrezzo.

Dopo l’esito delle indagini interne dell’amministrazione sanitaria del Pertini e di quella penitenziaria che di fatto hanno scagionato medici ed agenti sotto accusa per la morte di Cucchi, e su cui la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, ci tornano in mente tutte quelle dimostrazioni di pelosa vicinanza con cui a caldo istituzioni e Governo hanno riempito i lanci di agenzia e che ora - alla prova dei fatti - ci appaiono cosi ipocrite che a posteriori sarebbe stato meglio stendere un velo di silenzio.

Uno Stato che di fatto si autoassolve, uno Stato che a parole dice di pretendere una verità ma non si indigna se parti integranti della sua amministrazione danno vita ad un imbarazzante gioco allo scaricabarile che accantona ogni responsabilità, per cui alla fine sembrerebbe - e cito l’avvocato della famiglia - che Stefano Cucchi a 31 anni sia morto di vecchiaia, è uno Stato che non garantisce altri se non se stesso. E’ uno Stato che abdica alla funzione di tutela della dignità della persona ed è uno Stato che ci dice che chi va in galera vale meno degli altri e può anche succedere che il carcere si trasformi in una zona franca in cui - di fatto - tutto è permesso, anche morire senza ragioni e senza colpevoli.

Nel caso del ragazzo di Palermo - un pò come accaduto giorni fa ad un detenuto nel carcere di Palmi morto suicida senza sapere che da almeno 24 ore sulla scrivania della direzione giaceva il provvedimento che lo rimetteva in libertà - ecco che la ridda di documenti mai arrivati, perizie ritardate, appelli inascoltati, ci descrive una terra di nessuno in cui si muore perchè una burocrazia da repubblica delle banane vale di più della vita delle persone. Si muore per disattenzione, per indifferenza, per una carta che nessuno si prende la briga di consegnare perchè tanto c’è sempre tempo.

Non resta - a questo punto - che affidarsi alla giustizia e al suo corso, una giustizia così inflessibile e sempre così poco garantista con i poveri cristi, con i ladri di merendine, di zaini, di teli e creme da mare ma che - almeno nel caso Cucchi - speriamo davvero che riesca a consegnarci una verità che, come cittadini di uno stato che si vuole democratico, abbiamo il diritto e il dovere di conoscere.


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