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Roberto Giachetti > Politica > articolo

Ciao Rutelli, io resto qui


Roma, 09-11-2009
Fonte: Europa Quotidiano

Anche se la politica raramente lascia spazio agli aspetti umani, e in questo momento sembra quasi espellere anche le semplici regole della cordialità tra persone, devo ammettere che interiormente la decisione di Francesco Rutelli mi provoca una lacerazione di consistente entità.

Ci siamo conosciuti nel 1979 e quest’anno si sarebbe compiuto il trentesimo anno di sodalizio politico ma anche personale. Un percorso ricco di soddisfazioni, di difficoltà, di imprese, di sogni e di delusioni, comunque segnato da una costante condivisione di scelte anche quando, per raggiungerle, è stato necessario discutere animatamente. Esattamente quello che non è accaduto in questa occasione.

Molti di noi hanno appreso della decisione di Rutelli negli ultimi giorni e non hanno potuto fare altro che prenderne atto perché non vi è stato altro che la comunicazione di una scelta, peraltro in forma indiretta (a proposito di telefonate mai arrivate…). Molti di noi, io certamente, condividiamo molte delle considerazioni e preoccupazioni di Rutelli sulla possibile deriva del Partito democratico (che per fortuna non si restringono alla collocazione del Pd a Strasburgo – decisione presa peraltro mesi fa – né alla mancanza di una telefonata). È forse utile rammentare a Francesco che alcuni di noi non solo hanno espresso forti preoccupazioni su come andava strutturandosi il Pd, ma hanno tentato di denunciarle e combatterle fin dai primi passi costituenti, scontrandosi ripetutamente e, in modo talvolta desolante, con quella assuefazione “al realismo delle relazioni partitiche” che oggi Rutelli ci volge contro e di cui allora soffriva almeno in egual misura.

No. Io non rimango nel Partito democratico per assuefazione. Ci rimango per tentare fino all’ultimo momento possibile, anche con il mio contributo, di riportarlo sui giusti binari, di ricondurlo alla sua missione iniziale, quella che tutti – quando scegliemmo questa strada – sostenemmo fosse l’unica possibile prospettiva per il rilancio e il rinnovamento della politica, della sua classe dirigente e della sua offerta progettuale. Penso che in politica sia doveroso individuare il confine tra l’impegno per cambiare le cose e l’accondiscendenza, o peggio la connivenza con ciò che si vuol cambiare. Il giorno che dovessi in coscienza rendermi conto di rischiare di finire in questa seconda strada non potrei che trarne le dovute e coerenti conseguenze.

Ma quello che mi separa, ripeto, non dall’analisi ma dalle scelte di Rutelli, è il combattere per fornire un certificato di esistenza in vita piuttosto che uno di morte per questo partito. Sono sicuro che per molti di noi questa scelta comporta “una dose di rischio” presa con non meno convincimento e determinazione di quella di chi sceglie di andarsene. Per me la politica è fatta di azioni e non di intenzioni, buone o cattive che siano. Contano i fatti e i comportamenti. A un segretario eletto da quindici giorni (che io non ho votato), a tre milioni di persone che si sono recate a votare, a milioni di elettori che credono ancora nel progetto per il quale con Francesco abbiamo dato l’anima, devo un tempo politico per dimostrare, nei fatti e nelle azioni concrete, se si sia intenzionati e in grado di realizzare nella sua complessità e nella sua originalità questo progetto ovvero se, effettivamente, non si saprà fare altro che tornare a un passato indigeribile. Nel mio piccolo non concedo deleghe in bianco ma per cultura sono contrario alla carcerazione preventiva, figuriamoci alla condanna preventiva.

Non starò a guardare, non mi rifugerò in una comoda attesa. Mi impegnerò, cercando di ampliare gli spazi di condivisione, affinché il Partito democratico si rafforzi anche attraverso l’estensione di quell’area (potenzialmente e straordinariamente maggioritaria) rappresentata da coloro che non provengono dalla cultura comunista o democristiana, quell’area riformista, liberale, radicale la cui crescita e ampliamento sono conditio sine qua non per la riuscita del Partito democratico. Quell’area di cui Rutelli è stato non solo interprete ma leader per tanti anni, alla cui crescita molti di noi hanno lavorato sin dai primi anni ’90.

Ecco forse Rutelli e tutti noi dovremmo, con un po’ di autocritica, domandarci, prima di certificare i fallimenti altrui, se innanzitutto su noi, sulle nostre inadeguatezze, sulle scelte sbagliate (penso non tanto al coinvolgimento dei “teodem”, ma al totale schiacciamento di Rutelli su quelle posizioni) non ricada la responsabilità della mancata realizzazione di un partito che sia punto di riferimento, di incontro e di aggregazione, per le tante persone che vogliono impegnarsi in politica guardando avanti perché non hanno nulla da portarsi dietro.

Non sarò certo io a far cambiare idea a Francesco, ma non per questo posso esimermi dal dirgli che dentro la mancata realizzazione del partito che avremmo voluto c’è anche il peso delle scelte sue non di oggi, dall’eccessivo schiacciamento ed esaltazione delle posizioni “teodem”, alla candidatura a sindaco di Roma, alla sostanziale interruzione di attività politica ponendosi al riparo della presidenza del Copasir, all’interruzione di dialogo con molti di noi.

Io non mi illudo ma non so rinunciare alla speranza in politica come nella vita privata e combatto fino alla fine per cercare di dar corpo e realizzare ciò in cui credo. Rutelli evidentemente al nostro progetto non ci crede più o ritiene che potrà realizzarsi solo altrove. Lo rispetto ma con l’affetto e l’amicizia di sempre gli dico che la sua illusione non è meno azzardata della mia.

 

P.S. Tra le poche qualità che rivendico e che mi vengono riconosciute c’è quella della lealtà e per questo vorrei dire a Francesco che anche la sua autorevolezza è frutto del lavoro sodo e dei sacrifici di un gruppo di persone che gli è stato sempre e lealmente accanto ed è difficile pensare che siano state quasi tutte colpite dalla sindrome di “perdita di orientamenti fondamentali”.


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